Sicurezza in cantiere: si sceglie davvero il coordinatore migliore?

Da una riflessione sulla leadership… a un problema concreto per la sicurezza nei cantieri.

Leggendo questo post di Andrea Pietrini, mi è tornato in mente un tema che spesso mi sottopongo i colleghi.

Nel settore delle costruzioni, ogni incarico è una responsabilità.

Ma ce n’è uno che incide più di altri su processi, persone e sicurezza: il Coordinatore della Sicurezza.

Spesso ci si concentra sulle competenze tecniche, l’esperienza nei cantieri, le certificazioni.

Tutto giusto, almeno sulla carta.

Ma se guardiamo da vicino come vengono realmente selezionati i liberi professionisti per questo ruolo, emergono dinamiche sottili, invisibili nei bandi ma ben presenti nei corridoi delle decisioni.

Non è una provocazione. È una realtà che purtroppo trova riscontro in decenni di studi organizzativi.

Caso reale (fin troppo comune)

Il bando era stato pubblicato da poco. Il committente, una grande società immobiliare che stava costruendo un complesso residenziale alla periferia di Milano, cercava un Coordinatore della Sicurezza in fase di esecuzione. Si trattava di un incarico importante, remunerativo, destinato a durare due anni. Un lavoro delicato: il cantieri da aprire, molte le imprese da coinvolgere, ritmi serrati. E, come sempre, sotto gli occhi degli Organi di Vigilanza.

La commissione di selezione interna che aveva il compito di valutare i candidati era composta dal committente, dal responsabile tecnico del futuro cantiere e dal direttore dei lavori.

I candidati erano tutti liberi professionisti. Curriculum in regola, esperienze variegate. Ma quando arrivò il momento di stringere la rosa a tre nomi, le competenze finirono sullo sfondo.

Il primo profilo sul tavolo fu Lorenzo, un tecnico con cui l’ingegner Conti – responsabile tecnico del cantiere – aveva lavorato in passato. Nessun incarico straordinario, ma sempre puntuale, lo stesso approccio prudente e “senza sorprese”.

Lorenzo è uno con cui parlo la stessa lingua,” disse Conti. “Niente voli pindarici, niente polemiche. Lavora come lavoriamo noi.”

Tipico esempio di similarità sociale di cui parlava Lauren Rivera: chi seleziona tende a fidarsi di chi gli somiglia, a livello di linguaggio, attitudine, stile. Non serve essere il migliore. Serve rassicurare e Lorenzo, in questo, era un maestro.

Il secondo CV era quello di Simona, giovane ma con alle spalle già due cantieri complessi. In uno di questi aveva proposto una revisione radicale del piano di coordinamento, ottenendo un aumento di efficienza e una riduzione di interferenze tra imprese.

Ma aveva una reputazione da “rigorista”: verbali precisi, zero tolleranza sulle scorciatoie, richieste documentali insistenti. Qualcuno lo ricordava per aver bloccato l’inizio di un’attività per delle carenze nel POS dell’impresa.

“Professionale, sì,” commentò il direttore dei lavori, “ma anche troppo rigida. Una così ti crea grane. Ogni volta che c’è un problema, prende una posizione rigida.”

Il suo peccato? Proporre miglioramenti. Intaccare l’equilibrio. Kahneman l’avrebbe chiamata “avversione al rischio”: meglio evitare chi potrebbe fare meglio, se questo implica cambiare qualcosa.

L’ultimo candidato fu Danilo, un coordinatore di lungo corso, conosciuto da anni da uno dei membri della commissione. Il suo punto di forza? Non era un problema. Faceva solo l’indispensabile. Non chiedeva mai integrazioni, non contestava mai le imprese, firmava tutto.

 “Non brilla, ma è gestibile,” disse qualcuno. “È uno che non dà fastidio.”

Crozier l’avrebbe definito un prodotto perfetto della logica di conservazione del potere: chi gestisce i processi tende a circondarsi di figure che non disturbano gli equilibri. Meglio chi resta al suo posto, piuttosto che chi lo mette in discussione.

La decisione fu presa in mezz’ora.

Simona fu la prima ad essere esclusa. Troppo netta, troppo puntigliosa. In sintesi un rischio.

Danilo fu giudicato troppo passivo per un cantiere così complesso.

Alla fine, fu Lorenzo ad avere l’incarico. Tranquillo, già conosciuto, prevedibile. “Con lui sappiamo cosa aspettarci”, fu la frase con cui chiusero la riunione.

Qualche mese dopo

Il cantiere andava avanti. Tutto secondo le carte. Ma tra le imprese, le tensioni si accumulavano. Alcune lavorazioni si accavallavano, i subappalti non venivano aggiornati, la segnaletica non era coerente. Nulla di clamoroso, ma abbastanza per tenere alta la soglia del rischio. Lorenzo prendeva nota, parlava poco. Raramente sollevava obiezioni. Firmava.

Il committente era sereno. “Nessuna segnalazione grave,” diceva. Tutto sembrava sotto controllo. Anche se, a guardare bene, non lo era.

Intanto, Simona ha trovato un incarico dove il committente cercava esattamente quello che altri consideravano “eccessivo rigore” e Danilo rimase dov’era, invisibile e gestibile.

Se sei un committente, un RUP, un direttore lavori o semplicemente un professionista coinvolto in queste scelte, chiediti:

“Sto scegliendo per competenza o per rassicurazione?”

Perché scegliere un Coordinatore della Sicurezza non è solo un atto amministrativo.

È una decisione strategica e soprattutto etica.

Seleziona chi protegge, non chi ti fa stare comodo.

Fabrizio Lovato

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