Ieri pomeriggio, durante l’incontro dedicato alla formazione del FARE, a un certo punto ho parlato del rubinetto del lavello della cucina.
Non era esattamente l’esempio che ci si aspetterebbe durante un incontro dedicato alla formazione dei Coordinatori per la Sicurezza, ma mi serviva per spiegare un pensiero sul quale sto lavorando da tempo e che, soprattutto dopo la prima edizione del Master CSE, ha cominciato a mettere in discussione anche il mio modo di fare formazione.
Ho chiesto alle persone collegate di immaginare che il rubinetto del lavello della loro cucina perdesse e che io sapessi perfettamente come ripararlo. Avrei potuto mostrare gli attrezzi necessari, spiegare come smontarlo senza fare danni, indicare la guarnizione da sostituire e accompagnare ogni passaggio con fotografie abbastanza chiare da consentire a chiunque di seguirmi. Se fossi stato anche un bravo docente, probabilmente alla fine molte delle persone presenti avrebbero saputo ripetermi cosa fare, in quale ordine farlo e quali errori evitare.
Poi ho fatto la domanda che mi interessava: adesso siete sicuri di essere capaci di riparare quel rubinetto?
Era esattamente lì che volevo arrivare.
Faccio il Coordinatore da molti anni e frequento la formazione sulla sicurezza praticamente da quando, nel 1997, è nata quella specificamente destinata a chi avrebbe assunto questo ruolo. In quasi trent’anni sono cambiate le norme e gli strumenti con i quali lavoriamo, abbiamo sostituito le dispense con documenti digitali e le lavagne con le slide, siamo passati dalle aule alle videoconferenze e oggi discutiamo persino di come utilizzare l’intelligenza artificiale nel nostro lavoro.
La formazione, invece, mi sembra essere cambiata molto meno.
Non tutta, naturalmente e non sempre, perché sarebbe ingiusto cancellare esperienze didattiche molto diverse che in questi anni ci sono state. Eppure il modello prevalente è rimasto quello nel quale qualcuno possiede una conoscenza, la organizza e la trasferisce a qualcun altro, che ascolta, prende appunti e, alla fine, dimostra in qualche modo di avere partecipato e possibilmente compreso.
Abbiamo chiamato tutto questo formazione, mentre credo che molto spesso sia stato soprattutto un ottimo modo di fare informazione.
Durante l’incontro ho chiesto alle persone collegate dove pensassero che si fosse spostato oggi il valore della formazione e, mentre parlavo, la chat ha cominciato a riempirsi.
Molti hanno scritto esperienza, altri hanno parlato di confronto tra colleghi, di cantiere, di applicazione pratica, della necessità di interpretare le informazioni invece di limitarsi a riceverle.
Poi Mattia ha scritto:
«Saper usare correttamente le informazioni reperite.»
Andrea ha aggiunto:
«Purtroppo il fatto che le informazioni siano accessibili non comporta che vengano utilizzate nel modo corretto.»
Lucia, con poche parole, ha spostato ancora più avanti il ragionamento:
«Al cambiamento effettivo dei comportamenti.»
Mentre leggevo quelle risposte ho pensato che, in fondo, stavamo arrivando allo stesso punto partendo da esperienze diverse.
Il problema non è più soltanto quante informazioni siamo in grado di mettere a disposizione di un Coordinatore, ma che cosa succede dopo che quelle informazioni le ha ricevute.
Questo non significa affatto sostituire lo studio con l’esperienza o immaginare un Coordinatore che impari semplicemente andando in cantiere e accumulando anni di attività. L’esperienza, quando non viene interrogata, può anche insegnarci a ripetere molto bene lo stesso errore.
Un Coordinatore deve conoscere la norma, deve aggiornarsi, deve studiare responsabilità, strumenti, interpretazioni, sentenze e tecniche. Il punto è un altro: quella conoscenza deve prima o poi essere utilizzata, perché è nel momento in cui proviamo a trasformarla in una decisione che scopriamo se sappiamo davvero cosa farne.
Questa convinzione non è nata ieri.
È maturata soprattutto durante la prima edizione del Master CSE – Coordinamento in Esecuzione: dal Cosa al Come, quando per quasi un anno ho avuto la possibilità di osservare cento persone mentre affrontavano un percorso molto più lungo di un normale corso di aggiornamento.
All’inizio anch’io guardavo soprattutto alle lezioni, ai contenuti e alla capacità di costruire incontri che fossero realmente utili. Con il passare dei mesi, però, ho cominciato ad accorgermi che alcune delle cose più interessanti avvenivano altrove.
Mi capitava di proporre un problema sul quale pensavo di avere costruito una spiegazione sufficientemente chiara e di vedere la discussione prendere improvvisamente una strada diversa perché qualcuno, partendo dalla propria esperienza, aveva fatto una domanda che io non avevo previsto. Altre volte accadeva con un caso che sembrava condurre tutti verso la stessa conclusione, almeno fino a quando una persona non faceva notare un particolare che gli altri non avevano considerato e quel particolare ci costringeva a tornare indietro. E qualche volta non cambiava nemmeno la conclusione alla quale eravamo arrivati, ma cambiavano le ragioni che avevamo costruito per sostenerla e, insieme a quelle, la consapevolezza con la quale avremmo preso la stessa decisione.
È stato osservando situazioni come queste che ho cominciato a capire meglio cosa mancasse alla formazione che avevo in mente.
Non dovevamo smettere di dire cosa fare.
Dovevamo trovare più occasioni nelle quali chiedere:
«Adesso prova tu.»
Quando ho iniziato a progettare la seconda edizione del Master, questa convinzione era ormai diventata una scelta metodologica. Il nuovo Master non nasce quindi per verificare se questo modo di fare formazione possa funzionare: nasce proprio perché la prima edizione mi ha aiutato a capire come credo debba essere fatta oggi la formazione dei Coordinatori.
Ed è da qui che sono arrivato all’incontro di ieri.
L’evento FARE era nato per raccontare questa idea.
Volevo spiegare perché ritengo che alla formazione dei Coordinatori serva un passaggio ulteriore, mostrare cosa avevo imparato dalla prima edizione del Master e raccontare come quelle riflessioni sarebbero entrate nella nuova.
Il programma era questo.
Poi, il giorno prima dell’incontro, mentre rileggevo la presentazione, mi sono accorto di un paradosso che mi ha fatto sorridere.
Stavo preparando un’ora di informazione per spiegare alle persone che l’informazione non basta.
Avevo costruito un incontro sulla formazione del FARE nel quale, sostanzialmente, io avrei parlato e gli altri avrebbero ascoltato.
Il rubinetto era ancora nelle mie mani.
È stato allora che ho deciso di cambiare qualcosa.
Se volevo davvero far capire alle persone cosa intendessi per formazione del FARE, forse non dovevo aggiungere altre slide.
Dovevo permettere loro di provarla.
Così, quasi alla vigilia dell’evento, è nato il Laboratorio del FARE.
L’idea iniziale era molto semplice: per alcune settimane avrei proposto piccoli stimoli sui quali ciascuno avrebbe dovuto lavorare prima di conoscere la mia posizione. Non lezioni aggiuntive, quindi, ma situazioni nelle quali fermarsi per qualche minuto, scegliere, scrivere, prendere posizione e soltanto dopo confrontare il proprio ragionamento con un articolo, un documento, la lettura di qualcun altro o la mia.
Ieri, mentre raccontavo questa scelta, ho avuto la sensazione che qualcosa stesse già cambiando anche nelle domande che arrivavano dalla chat.
Non mi stavano più chiedendo soltanto cosa pensassi della formazione. Qualcuno voleva sapere quanto tempo avrebbe avuto per rispondere agli stimoli, qualcun altro si preoccupava perché sarebbe stato in ferie per una settimana, un’altra persona chiedeva se avrebbe potuto completare l’attività anche dall’iPad.
Una domanda, in particolare, mi ha fatto sorridere:
«Solo un’ora????»
Erano domande molto pratiche, ma proprio per questo mi sono sembrate interessanti: non stavano più soltanto ascoltando la proposta, stavano cominciando a immaginare come parteciparvi.
Il primo stimolo partirà dal nostro modo di vedere ciò che abbiamo davanti. In un altro momento consegnerò un estratto di PSC e chiederò di utilizzarlo, non semplicemente di leggerlo. Poi arriveranno problemi nei quali la difficoltà potrebbe essere la domanda dalla quale siamo partiti, decisioni da costruire senza che qualcuno consegni immediatamente la soluzione e persino un’occasione nella quale chiederò di cercare il punto debole di un ragionamento che magari condividiamo.
Mentre costruivo questa esperienza, però, mi sono accorto che mancava qualcosa.
Se per alcune settimane avessimo lavorato individualmente sugli stimoli, letto le risposte e discusso sulla bacheca di CollaboRi, sarebbe stato naturale arrivare alla fine e guardarci negli occhi, anche se attraverso uno schermo, per capire cosa fosse successo.
Avevo bisogno di un incontro conclusivo e quell’incontro, in realtà, esisteva già.
Il 22 ottobre è in programma il primo modulo della nuova edizione del Master CSE, un incontro gratuito e aperto anche a chi non ha ancora deciso se partecipare al percorso completo.
A quel punto i pezzi sono andati al loro posto.
Il Laboratorio accompagnerà chi vorrà partecipare fino al 22 ottobre e quel primo modulo diventerà anche il momento nel quale potremo mettere insieme l’esperienza fatta nelle settimane precedenti.
Non ho quindi costruito il Laboratorio per dimostrare che il Master funziona e neppure per anticiparne sei lezioni.
Ho fatto una scelta molto più semplice.
Prima di chiedere a qualcuno di scegliere una formazione del FARE, voglio dargli la possibilità di capire cosa significhi facendone esperienza.
Quando il 22 ottobre ci incontreremo, chi avrà percorso il Laboratorio non avrà bisogno che io gli racconti cosa intendo quando parlo di vedere, capire, interrogare un problema, costruire una decisione e confrontare il proprio ragionamento con quello degli altri.
Avrà già qualcosa da raccontare.
Forse scoprirà che in uno dei sei stimoli non ha cambiato idea per niente e che, dopo il confronto, è ancora più convinto della propria posizione. Oppure ricorderà il momento preciso nel quale una domanda gli ha fatto vedere qualcosa che inizialmente non aveva considerato. Qualcun altro potrebbe accorgersi che la decisione alla quale è arrivato è rimasta identica, ma che sono cambiate le ragioni con le quali oggi sarebbe disposto a sostenerla.
È questa l’esperienza che vorrei portare dentro il primo incontro del Master.
Non perché sei stimoli possano trasformare qualcuno in un Coordinatore migliore, sarebbe una promessa poco seria, ma perché possono consentire a chi sta scegliendo come continuare la propria formazione di capire quale tipo di formazione gli sto proponendo.
Credo che questo riguardi anche una questione più ampia del mio Master.
Per quasi trent’anni noi Coordinatori abbiamo giustamente chiesto alla formazione di aggiornarci sulle norme, sulle responsabilità e sui cambiamenti che riguardavano il nostro lavoro. Abbiamo contato le ore, seguito corsi, ascoltato docenti e raccolto attestati perché tutto questo era, ed è, necessario.
Oggi credo che dovremmo cominciare a chiedere qualcosa in più.
Non meno conoscenza e nemmeno meno informazione, perché senza entrambe non andremmo molto lontano.
Dovremmo chiedere più occasioni nelle quali utilizzare ciò che sappiamo, confrontarlo con la realtà e con il pensiero degli altri, scoprire dove il nostro ragionamento è debole e avere persino il tempo di sbagliare quando sbagliare serve a capire.
In fondo torno sempre al rubinetto con il quale abbiamo cominciato.
Posso spiegarti nei minimi dettagli come si ripara, mostrarti ogni componente e assicurarmi che tu abbia compreso perfettamente tutti i passaggi. Posso anche rispondere alle tue domande e mostrarti gli errori che ho imparato a non fare dopo averne riparati molti.
Poi, però, arriva un momento nel quale devo smettere di parlare.
Ti passo gli attrezzi, mi metto accanto a te e il rubinetto lo lascio nelle tue mani.
È quella la formazione che, come Coordinatori, credo dovremmo cominciare a chiedere.
Fabrizio Lovato