La sicurezza al primo posto. Ma cosa faresti davvero?

Qualche settimana fa, scrivendo “Il lusso di sbagliare”, avevo provato a spingere il ragionamento sulla sicurezza fino a una provocazione volutamente eccessiva: abroghiamo il Decreto 81 e sostituiamolo con due semplici principi di tutela.

Naturalmente non pensavo che qualcuno dovesse davvero mettersi ad abrogare il Testo Unico. La provocazione serviva a porre una domanda: siamo sicuri che continuare ad aggiungere regole sia sufficiente per produrre comportamenti più sicuri?

Da quella domanda ne è nata un’altra.

Se ripetiamo continuamente che la sicurezza viene prima di tutto, cosa siamo concretamente disposti a cambiare perché sia davvero così?

Ho deciso di parlarne con Giuseppe Licata, consigliere regionale della Lombardia, che negli ultimi anni si è occupato direttamente di salute e sicurezza sul lavoro anche come componente della Commissione regionale d’inchiesta dedicata al tema.

Ma non è questa la sola ragione per cui ho scelto lui.

Perché proprio Giuseppe Licata?

Licata è stato per due mandati primo cittadino di Lozza, un Comune del Varesotto di circa 1.200 abitanti.

Credo che amministrare una comunità di quelle dimensioni produca un’esperienza particolare della politica. Le persone che hanno un problema non sono una statistica: le incontri per strada, al bar, davanti al municipio e, quando qualcosa nell’amministrazione non funziona, la distanza tra chi decide e chi subisce quella decisione diventa cortissima.

Forse è anche per questo che, prima ancora di parlare di sicurezza, la nostra conversazione è partita dagli sportelli e dalla difficoltà che una persona comune può incontrare nell’orientarsi tra informazioni, procedure e servizi pubblici.

Di fronte a una richiesta sbagliata o incompleta, la risposta più semplice è:

«No.»

Mentre quella davvero utile sarebbe:

«No, ma se fai così…»

In quelle poche parole c’è un modo diverso di intendere il rapporto tra amministrazione e cittadino: non limitarsi a verificare se qualcuno fa la cosa giusta, ma aiutarlo a capire come farla.

Gli ho raccontato dello Sportello Committente, nato nel 2010 proprio con questa idea e diventato nel 2025 un servizio online gratuito per accompagnare chi deve realizzare lavori edili nella comprensione dei propri obblighi in materia di sicurezza.

Gli ho fatto anche una proposta interessata: se lo ritiene utile, lo faccia conoscere, utilizzare, linkare e, se serve, qualcuno lo copi pure.

Perché quando uno strumento ha un’utilità sociale, essere copiati potrebbe persino essere una buona notizia.

Quando possiamo dire che una persona è formata?

A quel punto siamo arrivati alla sicurezza.

Ma invece di partire da leggi, accordi e obblighi formativi, ho provato a togliere tutto dal tavolo e gli ho fatto una domanda molto più semplice:

«Giuseppe, secondo te quando possiamo dire che una persona è davvero formata?»

La sua risposta ci ha portati immediatamente lontano dall’attestato.

«Una persona è formata quando ha consapevolezza dei rischi che corre e comprende che i propri comportamenti possono mettere in pericolo non soltanto sé stessa, ma anche chi lavora insieme a lei; quando sa cosa deve fare per tutelare la propria incolumità e quella delle altre persone. La formazione, insomma, non può riassumersi in un attestato.»

Licata è andato anche più indietro. Se vogliamo davvero costruire questa consapevolezza, dovremmo cominciare già dalla scuola dell’obbligo, non insegnando la sicurezza a fil di norma, ma contribuendo alla costruzione di un pensiero responsabile, capace di riconoscere che, in alcune situazioni, l’obiettivo comune è più importante di quello individuale.

Difficile non essere d’accordo.

Più difficile è rispondere alla domanda successiva: come ci arriviamo?

Se portassimo la formazione dove si lavora?

Licata immagina più formazione direttamente nei luoghi di lavoro, dentro il contesto nel quale le persone operano, facendo in modo che lavoro e sicurezza viaggino insieme anziché su due binari separati.

«Se per parlare di sicurezza prendiamo una persona, la togliamo dal luogo nel quale lavora e la portiamo in un’aula, rischiamo involontariamente di rafforzare proprio la separazione che vorremmo eliminare. Da una parte c’è il lavoro e dall’altra c’è la sicurezza. Mentre dovrebbero essere la stessa cosa.»

È qui che il tecnico che è in me ha cominciato a rovinare la semplicità del ragionamento.

Perché esperienze di questo tipo esistono. Ci sono imprese che lavorano con brevi momenti formativi prima dell’inizio dell’attività, magari dieci minuti costruiti intorno a ciò che sta realmente per accadere e chi li utilizza racconta risultati molto interessanti.

Poi, però, arriva la domanda inevitabile: come dimostro di aver fatto formazione?

Ed ecco comparire l’attestato.

Durante un controllo o, ancora di più, dopo un infortunio, diventa più semplice verificare l’esistenza di un documento che valutare la reale consapevolezza di una persona.

Provate a immaginare il contrario: un organo di vigilanza incontra un lavoratore e, invece di chiedere soltanto la documentazione relativa alla sua formazione, prova a verificare concretamente ciò che ha appreso.

Quali domande dovrebbe porgli? Se quella persona non rispondesse correttamente, cosa avremmo dimostrato? Che la formazione non è stata fatta? Che non è stata efficace? Oppure semplicemente che, in quel momento, quella persona non ha saputo rispondere a quella particolare domanda?

La soluzione documentale ha un enorme vantaggio: è verificabile.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Perché uno strumento nato per dimostrare la formazione rischia, qualche volta, di diventare più importante del risultato che dovrebbe dimostrare.

Non credo che la soluzione sia eliminare gli attestati. Sarebbe troppo facile. La domanda è se possiamo documentare e valorizzare anche una formazione diversa, continua, più vicina al lavoro e maggiormente legata a ciò che le persone fanno realmente.

Nel 2026 Regione Lombardia ha approvato una legge specificamente dedicata alla formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, introducendo un elenco regionale dei soggetti formatori e un sistema di tracciamento dei corsi. Proprio mentre cerchiamo di rendere la formazione più controllabile e verificabile, quindi, vale la pena non perdere di vista la domanda fondamentale: che cosa vogliamo verificare, il percorso formativo o ciò che quel percorso ha prodotto nella persona?

Licata riconosce in questi problemi qualcosa che già percepiva: una distanza tra ciò che il legislatore auspica e la realtà di chi deve trasformarlo in comportamenti quotidiani. Portare il tema nella Commissione speciale – Tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, presieduta dal consigliere Giulio Gallera, potrebbe essere un primo passo.

Ma a quel punto ho voluto complicargli un po’ la vita.

Se la sicurezza è davvero al primo posto, dimostramelo

Gli ho chiesto:

«Giuseppe, indicami tre cose che TU faresti da subito per dimostrarci che dire “la sicurezza al primo posto” non è soltanto uno slogan.»

La formula delle tre cose gli è piaciuta, anche se ha premesso qualcosa che vale la pena ricordare. Gli piacerebbe un’amministrazione capace di scegliere un obiettivo e perseguirlo con continuità fino alla fine del proprio mandato. Ma la politica è inevitabilmente mediazione, le voci in un Consiglio sono tante e nessuno decide da solo.

Quindi nessuna bacchetta magica, ma tre cose sì.

La prima: far arrivare i problemi veri alla Regione

Licata vorrebbe creare un canale diretto tra chi opera sul campo e Regione Lombardia, uno strumento semplice che permetta alle Commissioni di conoscere questioni concrete senza che vengano progressivamente filtrate.

Un esempio è quello emerso durante la nostra conversazione: nel 2026 una struttura che svolge formazione in videoconferenza sincrona nel rispetto dell’Accordo Stato-Regioni del 2025 e della UNI/PdR 149:2023 non può essere accreditata dal sistema regionale della formazione se non dispone di aule fisiche.

La domanda, al di là del caso specifico, è interessante: quanto velocemente riescono le nostre procedure ad adattarsi ai cambiamenti che le stesse regole hanno riconosciuto?

Soprattutto: come facciamo arrivare problemi come questo davanti a chi può intervenire?

La seconda: assunzione di più personale, ma non soltanto per controllare

La seconda proposta riguarda ATS e Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Quando si parla di aumentarne il personale, il pensiero corre immediatamente a più controlli. Necessari, certamente, ma Licata propone di spostare lo sguardo un po’ più a monte: se una parte di quelle risorse servisse anche ad aiutare tecnici, imprese e chiunque si occupi di sicurezza prima che qualcosa vada storto?

Durante la conversazione gli avevo suggerito un tavolo permanente tra professionisti e organi di vigilanza e la proposta gli è piaciuta: una sorta di sistema territoriale di confronto al quale far arrivare quesiti e difficoltà interpretative concrete, le cui risposte condivise possano poi diventare punti di riferimento per tutti.

La terza: una Regione a cui poter fare domande

La terza proposta mi ha fatto sorridere, perché Licata ha portato sul tavolo l’intelligenza artificiale. Ma, essendo un ingegnere informatico che lavora da anni nella pubblica amministrazione e ha studiato Organizzazione e Innovazione nella PA, la sua non è soltanto fascinazione per una tecnologia nuova.

Immagina un sistema regionale al quale porre una domanda e dal quale ricevere una risposta costruita sulle informazioni dell’amministrazione e, soprattutto, validata dall’amministrazione stessa.

Non il solito chatbot che cerca una risposta in rete, ma uno strumento progressivamente addestrato e controllato che diventi un punto di accesso alla conoscenza della pubblica amministrazione.

Una specie di sportello che non chiude mai.

Gli ho detto quello che penso:

«Giuseppe, permettimi, ma così come la immagini la vedo piuttosto utopistica.»

Ha sorriso.

«Beh, questa è la differenza tra noi. Io sono un politico, tu un tecnico.»

Probabilmente aveva ragione lui.

O forse avevamo ragione entrambi.

Perché qualcuno deve immaginare dove arrivare e qualcun altro deve continuare a domandare come diavolo pensa di riuscirci.

Ma alla fine siamo tornati alla responsabilità

Pensavo che la conversazione fosse sostanzialmente conclusa, ma mi era rimasta in testa una cosa che Licata aveva detto all’inizio.

La scuola.

Costruire fin dall’infanzia una cultura nella quale sicurezza e responsabilità verso le altre persone diventino parte dello stesso modo di pensare è un progetto affascinante. Ma, ammesso di cominciare domani mattina, per vederne davvero gli effetti probabilmente non basterebbe una generazione.

Allora perché aspettare?

Perché non provare a introdurre questo ragionamento già nella formazione sulla sicurezza che oggi facciamo a milioni di lavoratrici e lavoratori, preposti, dirigenti e datori di lavoro?

Non un’altra ora di norme, né un altro obbligo da aggiungere al programma, ma uno spazio nel quale affrontare apertamente il tema della responsabilità verso gli altri.

Ho detto a Licata che, se vogliamo aprire un tavolo di confronto sulla formazione e sul valore che attribuiamo agli attestati, forse accanto a quel tavolo  dovremmo aprire un altro e più importante sulla responsabilità.

La sua risposta è stata un esempio.

«Immaginiamo un datore di lavoro che, in una giornata molto calda, dica a una persona che lavora per lui: “Non mettere quei guanti. Oggi fa troppo caldo. Non ti rimprovero”. È possibile che quella persona interpreti la concessione quasi come una forma di attenzione: il mio capo capisce il disagio, non mi obbliga, mi viene incontro.»

Ed è precisamente qui, secondo Licata, che dovremmo lavorare.

Perché la sicurezza cambia davvero quando quella stessa persona non pensa più di aver ricevuto un favore, ma comprende che qualcuno le sta chiedendo di rinunciare a una protezione.

Avremo vinto se fosse lei a rispondere:

«No. I guanti li tengo.»

Alla fine della nostra conversazione siamo tornati esattamente al punto dal quale ero partito scrivendo Il lusso di sbagliare.

Possiamo modificare norme, aumentare controlli, migliorare la formazione, creare tavoli territoriali e persino immaginare un’intelligenza artificiale capace di rispondere per conto della pubblica amministrazione.

Ma se vogliamo che la sicurezza venga davvero prima di tutto, c’è un passaggio che nessuna legge può compiere al nostro posto: fare in modo che una persona riconosca la tutela propria e degli altri non soltanto come un obbligo imposto da qualcuno, ma come una responsabilità che le appartiene.

Ed è forse qui che la provocazione dalla quale ero partito smette di essere soltanto una provocazione.

Non dobbiamo davvero abrogare il Decreto 81. Dobbiamo evitare di convincerci che basti il Decreto 81.

Perché tra una regola scritta e un comportamento sicuro c’è sempre una persona che deve comprenderla, farla propria e decidere di comportarsi di conseguenza.

Forse è proprio in quello spazio, molto più difficile da regolamentare, che politica e tecnica dovrebbero provare a lavorare insieme.


Chi è Giuseppe Licata

www.giuseppelicata.it

Giuseppe Licata è consigliere regionale della Lombardia dal 2023, ingegnere informatico e dipendente della Prefettura di Varese. È stato per due mandati sindaco di Lozza e consigliere provinciale, con deleghe alle Politiche del Lavoro e al Bilancio, ha fatto parte della Commissione regionale d’inchiesta “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”, occupandosi in particolare dei temi della formazione, dell’innovazione tecnologica e della cultura della sicurezza.

Lo Sportello Committente

www.sportellocommittente.it

Lo Sportello Committente, nato nel 2010 su iniziativa di Federcoordinatori e diventato online nel 2025, è un servizio gratuito che accompagna committenti e professionisti nella comprensione degli obblighi di sicurezza legati ai lavori edili.

Il progetto ha ricevuto la medaglia di riconoscimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il sostegno di diverse amministrazioni regionali e comunali. La sua logica è la stessa da cui è partita la conversazione con Giuseppe Licata: di fronte a una persona che non sa come adempiere correttamente ai propri obblighi, provare a non fermarsi a «No», ma aggiungere: «No, ma potresti fare così…»

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