La lista era tutta spuntata

La scorsa settimana sono entrato in cantiere con David.

Ogni tanto mi capita di farlo anche senza indossare i panni del Coordinatore. Quando svolgo l’incarico di Responsabile dei Lavori, infatti, tra le attività che mi competono c’è anche quella di verificare che chi svolge il coordinamento adempia correttamente al proprio incarico e, in alcune occasioni, preferisco che questa verifica non si esaurisca nell’esame di documenti, verbali o relazioni, ma passi attraverso qualcosa di molto più semplice: entrare insieme in cantiere e vedere come viene svolto un sopralluogo.

David fa il Coordinatore da una decina d’anni e lavora all’interno di una società di professionisti ben organizzata. Non è quindi alle prime armi e, soprattutto, il suo modo di lavorare non è il risultato soltanto dei cantieri che ha seguito personalmente, perché negli anni ha potuto fare tesoro anche dell’esperienza maturata dalle colleghe e dai colleghi della struttura nella quale opera.

È uno dei grandi vantaggi del lavorare all’interno di un’organizzazione o con il supporto di un’associazione: l’esperienza smette di essere soltanto personale e può diventare patrimonio comune.

Se io incontro un problema e trovo un modo efficace per affrontarlo, posso condividerlo con gli altri; se una collega commette un errore e ne comprende la causa, quell’errore può evitare che altre persone lo ripetano; se qualcuno individua durante un sopralluogo qualcosa che fino a quel momento era sfuggito, quell’osservazione può diventare parte di un metodo utilizzato anche da chi, quel giorno, in quel cantiere, non c’era.

In qualche modo, quindi, quando David entra in cantiere non porta con sé soltanto i suoi dieci anni di esperienza. Porta anche una parte dell’esperienza dell’organizzazione alla quale appartiene.

Quella mattina una parte di questa esperienza era materialmente nelle sue mani.

Una bellissima lista di sopralluogo.

Ordinata, articolata, evidentemente affinata nel tempo proprio per trasformare ciò che era stato imparato nei cantieri precedenti in uno strumento utilizzabile nei cantieri successivi.

Cominciamo il giro e David procede seguendola.

Ponteggio: controllato. Fatto.

Accessi al cantiere: verificati. Fatto.

Protezioni contro la caduta dall’alto: controllate. Fatto.

Documentazione prevista: verificata. Fatto.

David osserva, controlla, verifica e, passo dopo passo, spunta. Io lo accompagno e nel frattempo guardo il cantiere, le lavorazioni, le persone che si muovono, quello che sta accadendo intorno a noi.

Arriviamo alla fine del giro.

David dà un’ultima occhiata alla sua lista. Tutto spuntato.

«Finito?», gli chiedo.

«Direi di sì.»

«Sei sicuro di aver visto tutto?»

Mi guarda per un istante e poi mi mostra la lista.

«Ho controllato tutto.»

Ed è proprio guardando quel foglio che gli rispondo:

«No, David. Hai controllato tutto quello che c’era scritto nella lista. Non è necessariamente la stessa cosa.»

Naturalmente non potevo sapere neppure io se avessimo visto tutto. Probabilmente no, perché pretendere di osservare tutto ciò che accade in un luogo complesso come un cantiere sarebbe piuttosto presuntuoso.

Il punto era un altro.

Quella lista era uno strumento eccellente proprio perché conteneva esperienza. Dietro ciascuna delle sue righe poteva esserci qualcosa che era accaduto prima: un problema incontrato in un cantiere, un’osservazione fatta durante un sopralluogo, un errore dal quale qualcuno aveva imparato, una buona pratica che aveva funzionato. Nel tempo, conoscenze ed esperienze personali erano state condivise, selezionate e trasformate in esperienza comune; poi quell’esperienza era diventata un metodo e, infine, righe e caselle da spuntare.

Era difficile chiedere di meglio a una lista.

Eppure proprio il suo pregio conteneva anche il suo limite.

Tutto ciò che era scritto lì proveniva necessariamente da qualcosa che qualcuno aveva già pensato di dover controllare.

La lista portava nel cantiere di quella mattina ciò che David e la sua organizzazione avevano imparato ieri.

Ma noi non eravamo nel cantiere di ieri.

Eravamo in quel cantiere, quel giorno, in quel momento, mentre intorno a noi accadevano cose che potevano assomigliare moltissimo a quelle già incontrate oppure essere diverse per un particolare che nessuno aveva ancora pensato di trasformare in una casella.

Una persona poteva compiere un gesto insolito. Due lavoratori potevano avere trovato un modo diverso per svolgere una lavorazione. Un passaggio perfettamente libero in quel momento avrebbe potuto diventare critico poco dopo, con l’arrivo di un mezzo. Un’attrezzatura poteva essere stata spostata. Una protezione poteva esserci ed essere perfettamente conforme alla voce prevista dalla lista, ma venire utilizzata in un modo che nessuna casella aveva previsto.

È in questo modo che uno strumento costruito per mettere a disposizione la nostra esperienza rischia, se non facciamo attenzione, di produrre un effetto opposto a quello per cui lo abbiamo creato.

Non ci aiuta più soltanto a ricordare che cosa non dobbiamo dimenticare di controllare.

Comincia a suggerirci che cosa dobbiamo cercare e, quando questo accade, tutto ciò che non avevamo previsto rischia di diventare più difficile da rilevare.

Non è una ragione per rinunciare alle liste. Sarebbe una conclusione paradossale, oltre che sbagliata. Una buona lista di controllo può rendere un sopralluogo più sistematico, impedire che la memoria ci tradisca, permettere di documentare ciò che abbiamo verificato e, soprattutto quando nasce dalla condivisione all’interno di un’organizzazione, consentirci di beneficiare di esperienze che personalmente non abbiamo mai vissuto.

Il problema nasce quando smettiamo di considerarla uno strumento con cui entriamo in cantiere e cominciamo, magari senza rendercene conto, a utilizzarla come la mappa completa di ciò che in quel cantiere merita la nostra attenzione.

In fondo, qualcosa di molto simile può accadere con la nostra esperienza personale.

Dopo dieci, venti o trent’anni di lavoro non abbiamo bisogno di avere materialmente una lista tra le mani, perché quella lista è parte di noi. Abbiamo visto centinaia di situazioni, riconosciuto problemi, commesso errori, trovato soluzioni; abbiamo imparato che davanti a determinati segnali conviene controllare certe cose e che alcune situazioni meritano immediatamente la nostra attenzione.

È ciò che ci consente di entrare in un cantiere e riconoscere in pochi istanti qualcosa che chi ha meno esperienza potrebbe impiegare molto più tempo a individuare, ed è un patrimonio enorme.

Ma anche la nostra esperienza, esattamente come la lista di David, è stata costruita con ciò che abbiamo già incontrato, che abbiamo già visto.

Ci aiuta a riconoscere ciò che conosciamo, ma non può contenere ciò che non abbiamo ancora incontrato.

Per questo credo che l’esperienza professionale non possa essere soltanto qualcosa che accumuliamo. Se così fosse, con il passare degli anni diventeremmo semplicemente sempre più bravi a riconoscere il mondo che già conosciamo.

L’esperienza diventa davvero interessante quando continuiamo a permettere alla realtà di contraddirla, completarla o costringerla a fare spazio a qualcosa di nuovo.

A volte basta una domanda che non ci aspettavamo. Altre volte è un errore, un’informazione che non avevamo considerato o una persona che, davanti alla stessa situazione, vede qualcosa di diverso da noi. Può essere anche uno strumento capace di restituirci elementi che non avevamo raccolto.

Non perché quella persona o quello strumento abbiano necessariamente ragione.

Ma perché introducono nel nostro ragionamento qualcosa che prima non c’era e ci costringono a confrontarlo con ciò che avevamo visto, pensato o deciso.

A quel punto possiamo cambiare idea oppure no. Possiamo integrare quell’elemento nella nostra esperienza o concludere, dopo averlo valutato, che non modifica affatto la nostra decisione.

In entrambi i casi, però, è successo qualcosa.

Abbiamo fatto entrare nella nostra esperienza il nuovo.

Forse è proprio questa la differenza tra avere esperienza e continuare a fare esperienza.

La prima ci permette di portare nel cantiere di oggi tutto ciò che abbiamo imparato ieri.

La seconda ci impedisce di dimenticare che c’è sempre una prima volta e questa, per definizione, non può essere già scritta sulla nostra lista.

Fabrizio Lovato

P.S. La “lista di David” esiste davvero. L’ho preparata e condivisa con chi è iscritto alla mia newsletter, invitandolo a provarla nel prossimo sopralluogo.

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