Controlli a 30 euro l’ora? Le prime reazioni del mondo della sicurezza

Quando ho scritto pubblicamente una riflessione sull’ipotesi di affidare attività di vigilanza sulla sicurezza a professionisti esterni, part-time e retribuiti a 30 euro lordi all’ora, non immaginavo che avrebbe generato una reazione così rapida e partecipata.

Non tanto per i numeri, quanto per il tono dei commenti.

In poche ore è emerso uno stato d’animo chiaro, condiviso e tutt’altro che emotivo: la sensazione che non sia in discussione solo una scelta organizzativa, ma il valore stesso che stiamo attribuendo al controllo e, di conseguenza, alla prevenzione.

Scorrendo le reazioni dei colleghi, il primo elemento che colpisce è l’assenza di rabbia urlata. Nessuna deriva ideologica, nessuna polemica sterile. Al contrario, emerge una preoccupazione composta, argomentata, quasi trattenuta. Come se molti avessero riconosciuto in quella riflessione qualcosa che già sentivano da tempo, ma che faticava a trovare una forma pubblica.

Il tema economico non viene mai isolato. I 30 euro l’ora non sono citati come semplice cifra, ma come simbolo. Simbolo del valore che il sistema sembra attribuire a una funzione che comporta responsabilità elevate, esposizione professionale, autonomia di giudizio e conseguenze potenzialmente molto pesanti. In altre parole, non è il compenso in sé a inquietare, ma ciò che rappresenta.

Diversi commenti mettono a fuoco un disagio più profondo: la sensazione che il controllo stia perdendo autorevolezza, che i ruoli stiano diventando sempre più sfumati e che la prevenzione rischi di trasformarsi in un adempimento frammentato, intermittente, quasi accessorio. È un malessere che non riguarda solo chi controlla, ma l’intero sistema, perché un controllo percepito come debole o ambiguo finisce per non essere creduto da nessuno.

Particolarmente interessanti sono stati gli interventi di chi ha svolto in passato il ruolo di ispettore. Uno di questi ha proposto di riportare i controlli allo Stato e di creare un unico corpo ispettivo nazionale, superando la frammentazione attuale. È una posizione che nasce dall’esperienza e che merita attenzione. Ma il confronto che ne è seguito ha messo in luce un punto essenziale: spostare i controlli da un livello istituzionale a un altro non risolve automaticamente il problema, se non si affrontano le condizioni concrete in cui il controllo viene esercitato.

La questione centrale, infatti, non è solo “chi controlla”, ma come lo fa, con quali competenze, con quali confini operativi e con quali garanzie. Un unico corpo ispettivo può avere senso solo se alza davvero il livello tecnico, l’omogeneità applicativa e la chiarezza dei ruoli. Altrimenti si rischia di cambiare struttura lasciando intatte le criticità.

Proprio sui ruoli si è concentrata una parte rilevante del confronto. Molti colleghi hanno richiamato un problema noto ma raramente affrontato apertamente: quando la posizione dell’ispettore e quella del controllato entrano in conflitto, oggi manca un livello tecnico-terzo in grado di offrire un parere autorevole prima che la questione finisca sul tavolo del pubblico ministero o del giudice. Questo vuoto non è neutro. Alimenta tensioni durante i sopralluoghi, irrigidisce i rapporti, aumenta il contenzioso e rafforza la percezione di arbitrarietà. Non è una richiesta di indulgenza, ma di qualità del processo di controllo.

Accanto a questo aspetto relazionale, è emerso con forza anche il nodo giuridico. Più di un collega ha richiamato l’articolo 13, comma 5, del D.Lgs. 81/08, che parla esplicitamente di personale delle pubbliche amministrazioni assegnato agli uffici che svolgono attività di vigilanza. Da qui nasce un interrogativo serio: come si concilia l’affidamento di funzioni di vigilanza a professionisti esterni con il divieto di svolgere attività di consulenza?

 È compatibile l’attribuzione di poteri tipici dell’ufficiale di polizia giudiziaria a soggetti che non sono dipendenti pubblici in servizio effettivo? Qui non siamo nel campo delle opinioni, ma in una zona grigia che richiederebbe chiarezza prima di qualsiasi applicazione operativa.

Un altro commento ha colpito per la semplicità e la forza del paragone. Quanto sta accadendo nella sicurezza ricorda da vicino ciò che è già successo nella sanità, con il ricorso strutturale a personale esterno “a gettone”. Anche lì si parlava di emergenza, di necessità, di soluzioni temporanee. Anche lì si diceva “meglio questo che niente”. Oggi vediamo le conseguenze di quella logica.

Alla luce di questo confronto, la proposta di FEDERCOORDINATORI della Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli appare ancora più attuale. Non come bandiera ideologica, ma come tentativo concreto di riportare ordine, chiarezza e rispetto reciproco in un sistema che mostra segni evidenti di affaticamento.

I commenti lo confermano: i professionisti non chiedono meno controlli, ma controlli credibili, competenti e indipendenti.

Resta infine una riflessione che riguarda tutti noi quali professionisti. Accettare incarichi sottopagati e ambigui significa contribuire, anche involontariamente, a un modello che indebolisce i ruoli, svaluta le competenze ed espone a rischi professionali e giuridici crescenti. La sicurezza sul lavoro non si difende solo con le norme o con le riforme istituzionali, ma anche con le scelte quotidiane che facciamo come comunità tecnica.

Il confronto nato da quella prima riflessione non è un episodio isolato. È il segnale che una discussione più ampia è ormai necessaria e che forse il momento per affrontarla davvero è arrivato.

Fabrizio Lovato

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