Un PSC per tutti i cantieri

Centoventidue pagine per demolire e ricostruire una piccola autorimessa privata per tre vetture. Poi l’ispettore fantasma ha iniziato a leggerlo e, lentamente, il cantiere è scomparso.

Quando ho organizzato l’incontro con l’ispettore fantasma avevo in testa un esperimento semplice: prendere un PSC vero, non costruito per una lezione e provare a leggerlo in diretta.

Alcuni partecipanti del Master CSE mi avevano messo a disposizione i loro piani e io ne avevo scelto uno apparentemente innocuo: la demolizione e ricostruzione di una piccola autorimessa privata per tre vetture, all’interno del giardino di un’abitazione. Un cantiere piccolo, senza lavorazioni straordinarie, uno di quelli che, se non fosse per la presenza di più imprese, probabilmente non avrebbe nemmeno avuto bisogno di un PSC.

Invece il PSC c’era.

Centoventidue pagine.

L’ispettore fantasma ha iniziato a leggerlo condividendolo sullo schermo e, dopo pochi minuti, è emersa la prima sensazione: quel piano sembrava scritto per poter andare bene in molti cantieri, forse in troppi e proprio per questo faticava a raccontare quello per cui aveva preso vita.

A un certo punto, davanti a una prescrizione troppo generica, un collega ha osservato che sarebbe stato più corretto scrivere “ciascuna impresa esecutrice, per i lavori di propria competenza, dovrà…”.

Gli ho risposto quasi d’istinto che ero d’accordo, ma che purtroppo questo succede quando il PSC va bene per tutte le situazioni.

Riletta oggi, quella frase mi sembra il cuore dell’incontro.

Perché il problema non era il singolo errore, né la prescrizione scritta male, ma il fatto che il documento, nel tentativo di contenere tutto, stava perdendo il legame con quel cantiere.

Intanto l’ispettore fantasma continuava a scorrere il documento lentamente, quasi con ostinazione, soffermandosi su dettagli che all’inizio sembravano persino insignificanti, mentre nella chat iniziavano ad apparire le prime reazioni di chi probabilmente si aspettava un’analisi più rapida, magari qualche osservazione generale e poi le conclusioni finali. Invece no. Lui continuava a leggere il testo contenuto nel PSC, pagina dopo pagina, come farebbe qualcuno che sta tentando di capire un cantiere senza averlo mai visto.

L’ispettore fantasma continuava a leggere cercando di ricostruire mentalmente il lavoro, ma ogni tanto si fermava, faceva silenzio e tornava indietro cercando un dettaglio importante che non riusciva a vedere.

Dove arriva l’alimentazione elettrica?
Come viene gestita la demolizione della copertura?
Dove sono state valutate nel piano le interferenze?
Perché nel cronoprogramma non compaiono sovrapposizioni?
La delimitazione dell’area del cantiere lascia spazio al ponteggio oppure no? Ma il ponteggio serve realmente?

Domande semplici, concrete, quasi fastidiose nella loro normalità che iniziavano lentamente a creare disagio, perché diventava evidente che il problema non era stabilire se il PSC contenesse “tutto”, ma capire se permettesse di comprendere il cantiere per cui era stato scritto.

La parola d’ordine era diventata: se non serve taglia. Però, qualcuno faceva notare che il rischio, togliendo troppo, fosse quello di trovarsi davanti a un ispettore vero, non fantasma, pronto a contestare che “non è stato descritto questo o quello” ed è stato interessante, perché il gruppo non stava più discutendo soltanto di quel piano, ma stava parlando delle proprie paure.

La paura di dimenticare qualcosa, paura di una contestazione futura o la paura di trovarsi davanti a qualcuno che, anni dopo, aprirà il documento chiedendo: “Perché questa cosa non l’ha prevista?”

Così, nel tempo, siamo diventati accumulatori seriali, iniziando ad ammucchiare paragrafi, immagini, prescrizioni, procedure, formule standardizzate e blocchi interi generati dai software o dall’IA, convinti che aggiungere informazioni equivalga automaticamente ad un buon progetto e a maggior sicurezza.

A un certo punto della serata qualcuno ha scritto: “una cosa così sconclusionata e lunga serve più che altro a non raccapezzarsi.”

È stata una frase dura, ma necessaria.

Perché un PSC può avere centoventidue pagine e, nello stesso tempo, non riuscire a spiegare quali siano le lavorazioni critiche, le interferenze importanti e le scelte che stanno alla base dell’organizzazione della sicurezza.

L’ispettore fantasma non stava facendo il processo al coordinatore, stava provando a capire il cantiere attraverso il piano e più leggeva, più emergeva una sensazione paradossale: il documento parlava continuamente di sicurezza, ma non raccontava nulla del cantiere.

Verso la fine dell’incontro, una frase ha rimesso ordine in tutta la discussione:

 “un PSC non dovrebbe dimostrare che hai compilato un documento, deve rendere evidente che ha pensato a quel cantiere.”

Per me il punto è questo.

Un PSC non deve contenere tutto. Deve contenere ciò che serve per far comprendere la sicurezza progettata.

La differenza sembra sottile, ma è enorme, perché tra inserire informazioni e rendere visibile una valutazione passa tutta la distanza che c’è tra compilare un documento e progettare un sistema.

Questo è esattamente il motivo per cui ho voluto organizzare quell’incontro.

Mi interessava osservare cosa succede quando un PSC viene letto da qualcuno per capire.

Nel proseguo dell’incontro diventava sempre più evidente una sensazione che nel gruppo nessuno dichiarava apertamente, ma che tutti stavano pensando: molte delle incongruenze, delle ripetizioni e delle prescrizioni generiche che emergevano durante la lettura sembravano nascere non tanto da una valutazione progettuale sbagliata, quanto da un documento costruito appoggiandosi a strutture standardizzate, archivi di prescrizioni e automatismi che, probabilmente, non erano stati ricondotti a quel cantiere specifico.

La domanda finale, infatti, non è se utilizziamo un software, un modello, un archivio di prescrizioni o un sistema di intelligenza artificiale. La vera domanda è se, una volta inserite le istruzioni, siamo ancora in grado di valutare criticamente la rispondenza del risultato rispetto all’obiettivo che avevamo fissato.

Fabrizio Lovato

P.S.: Devo un ringraziamento sincero all’ispettore fantasma. Non solo per la disponibilità ad esporsi leggendo in diretta un PSC vero, ma soprattutto per il tempo, l’attenzione e la serietà con cui lo ha fatto. Perché leggere davvero un documento di 122 pagine, cercando di capire il cantiere senza fermarsi alle impressioni superficiali, richiede impegno, competenza e anche una certa dose di pazienza e forse è stato proprio questo il valore più grande dell’incontro: non cercare “l’errore”, ma provare a capire. Grazie

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