Il reporter e il regista: due sguardi diversi sullo stesso cantiere

A volte, una semplice risposta a una newsletter diventa l’occasione per guardare il nostro lavoro da un’altra prospettiva. Questa è la storia di uno scambio vero, tra un coordinatore per la sicurezza e un tecnico dell’AUSL (ma vale per INL, ATS ecc.)
Due ruoli che dovrebbero lavorare insieme per lo stesso obiettivo — la tutela dei lavoratori — ma che spesso si trovano su fronti diversi, divisi da procedure, incomprensioni e linguaggi differenti. Da quel dialogo è nata questa riflessione: un confronto sincero su responsabilità, percezioni e rispetto reciproco.

Il messaggio di Arturo

Sono sempre onorato quando qualcuno, in risposta alla mia newsletter, raccoglie uno spunto e mi apre nuovi mondi.
Ricordate la mail dal titolo “Le tre bugie”?
Questa volta mi ha scritto Arturo, un amico e un tecnico AUSL di una remota città italiana.
Ecco il suo messaggio:

“Fabrizio, in realtà questa è una domanda che mi spiazza: non posso definire bugie le affermazioni che sento in cantiere, di solito do peso solo alle azioni e ai documenti.
Posso dirti di sicuro che quello che più infastidisce, in occasione di un infortunio, sono testimonianze tipo: non ho visto, ero girato dall’altra parte, non compete a me!
Forse quella più simpatica è: Evvai, vi siamo proprio simpatici: è la settima volta che venite!
Io chiedo: mi mostra i verbali? e puntualmente non ce ne sono.
In alcuni casi mi dicono addirittura: non ne hanno lasciati perché andava tutto bene!

Ho impiegato qualche minuto a metabolizzare quanto mi veniva raccontato.
Contrariamente a quanto faccio di solito, ho preferito prendermi del tempo.
Proprio quella mattina pensavo a lui.
Pensavo che non avevo ancora ricevuto alcun suo contributo, ma, come spesso accade, è arrivato al momento giusto, quasi a rispondere a una mia sollecitazione silenziosa.
Quello che ha scritto è importante, perché mi permette una visione diversa e questo merita molto più di un semplice “grazie”.

Ho deciso di rispondergli pubblicamente, perché la nostra conversazione tocca un nodo essenziale del mondo della sicurezza: due ruoli — il Coordinatore e il Tecnico AUSL — che dovrebbero essere dalla stessa parte del campo di battaglia e che invece troppo spesso finiscono per affrontarsi come avversari.


Caro Arturo,

io e te siamo diversi e uguali allo stesso tempo.
Diversi nei compiti, nei metodi, nei linguaggi. Uguali, perché mossi dallo stesso obiettivo: la sicurezza e la salute di chi lavora.

Tu rappresenti il controllo, io la prevenzione operativa.
Tu arrivi e come un reporter  fotografi la realtà e riparti.
Io entro in cantiere ogni giorno come un regista che deve girare un film, in alcuni casi lungo anni, con attori sempre diversi: alcuni professionisti, altri comparse improvvisate.
Entrambi lavoriamo sullo stesso set, ma da prospettive diverse.

A me, sul set, raccontano bugie e io lo so: le bugie sono una difesa, una forma di paura.
Il mio primo compito è renderli coscienti, perché non sono un angelo custode.
A te, invece, basta uno sguardo per ricostruire la scena, ma quella fotografia non sempre racconta la storia vera: racconta una storia, la tua, quella che la tua funzione ti consente di vedere.

La forza (e il peso) del mantello

Scrivo questo con rispetto, ma anche con franchezza.
Quando entri in cantiere porti sulle spalle un mantello: il potere dell’autorità pubblica.
Non è colpa tua, è il ruolo. Quel mantello impone attenzione, silenzi, obbedienza.
Pagherei per ottenere la stessa immediatezza d’ascolto che tu ottieni solo indossandolo.

Io, invece, entro in cantiere ogni giorno sotto esame.
Mi osservano: usa i DPI che ci impone di usare?
Mi giudicano per quanto “ne capisco” del loro mestiere.
Appena dico “ma…”, partono le giustificazioni, le difese, le bugie.

Il coordinatore lotta ogni giorno per essere all’altezza sia dei competenti che dei furbi.
Ma quello che mi rattrista — e te lo dico con la stessa schiettezza con cui tu mi hai scritto — è che raramente, quando entri in cantiere, consideri il coordinatore come un alleato.
Il coordinatore non è qualcuno da giudicare, ma da ascoltare, perché stiamo cercando la stessa cosa: che nessuno si faccia male.

Un ricordo svizzero

Forse non ti ho mai raccontato della mia esperienza con l’Ispettorato del Lavoro svizzero, a cavallo della fine del secolo scorso.
Lì ho imparato qualcosa che mi ha cambiato per sempre il modo di vedere il nostro lavoro.

Gli ispettori svizzeri avevano due approcci distinti:

  • le visite ordinarie, dove si verificavano i luoghi di lavoro e, se qualcosa non andava, si chiedeva che venisse sistemato. Nessuna sanzione, solo richiesta di correzione;
  • le indagini d’infortunio, dove l’obiettivo non era trovare il colpevole, ma capire cosa fosse accaduto.

Chiesi al mio istruttore: “Perché non cercate il responsabile?”
Mi rispose:

“Perché le responsabilità le cerca il magistrato, il nostro compito non è giudicare, ma raccogliere evidenze e poi imparare.
Se io decido subito chi ha colpa, cercherò solo prove che confermino la mia tesi e così smetterò di capire.
Se non capisco, non potrò apportare i necessari correttivi e così migliorare la sicurezza per tutti.”

Una risposta semplice e disarmante.
Mi chiedo: non dovrebbe valere anche per noi?

Il vero nemico

Forse la differenza tra noi, Arturo, non sta nel fine, ma nel modo in cui il sistema ci costringe a perseguirlo.
Tu devi verificare il rispetto della norma; io devo tradurre quella norma in azione concreta.
Ma il sistema ci mette spesso in ruoli che sembrano opposti, mentre dovremmo essere complementari.
Così finiamo, a volte, per guardarci da due schieramenti contrapposti, invece che come due compagni sulla stessa barricata.

Io non credo che la nostra conversazione possa scalfire le incrostazioni del sistema, ma spero che la prossima volta che entrerai in un cantiere con il tuo mantello, mi riconoscerai non come “il coordinatore da controllare”, ma come qualcuno che condivide la tua stessa missione.
Perché la sicurezza non deve essere un’imposizione, ma un atto d’intelligenza collettiva.

Uno sguardo più ampio

Forse il messaggio che voglio lasciare non è solo per te, Arturo, ma per tutti quelli che lavorano nel nostro mondo.
Perché nei cantieri — reali o metaforici — servono entrambe le figure: chi osserva da fuori e chi vive dentro.
Senza la tua oggettività rischieremmo la superficialità; senza la mia presenza quotidiana rischieremmo l’astrazione.
Ma solo se dialoghiamo, se impariamo a fidarci, possiamo trasformare la sicurezza da obbligo burocratico a cultura condivisa.

Forse non dobbiamo scegliere se essere registi o reporter.
Forse dovremmo solo imparare che la prevenzione passa attraverso l’insieme delle noste visioni seppur con angolazioni diverse, con l’unico scopo di capire cosa fare perchè non accada di nuovo.

Con stima e amicizia,
Fabrizio

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