Mi arrivano due messaggi a pochi giorni di distanza.
Li leggo uno dopo l’altro e, nonostante parlino di cose completamente diverse, continuo ad avere la sensazione che sotto ci sia lo stesso problema.
Il primo è di Fidia, un collega giovane che lavora negli appalti pubblici come assistente al coordinatore. Mi racconta che sente il bisogno di fare il salto, smettere di stare accanto ai coordinatori e iniziare finalmente a lavorare come CSE nominato. Il punto è che il mondo del privato gli sembra chiuso, quasi invisibile, così mi domanda quale possa essere il modo corretto per entrarci senza improvvisare.
Il secondo messaggio arriva da Anassagora.
L’età professionale è completamente diversa. Parla di cantieri dal 2002, di esperienza maturata sul campo e della scelta, arrivata adesso, di iniziare a fare formazione sulla sicurezza. Però, invece di parlarmi delle lezioni che vorrebbe costruire o delle persone a cui vorrebbe rivolgersi, mi scrive soprattutto dei dubbi che lo stanno bloccando. Ha ottenuto l’attestato da formatore, ma continua a chiedersi se basti davvero, se il ruolo che immagina per sé sia coerente con ciò che la norma gli consente di fare oppure se, prima di iniziare, manchi ancora qualche tassello che lui non riesce a vedere.
A entrambi rispondo in maniera molto pratica.
A Fidia scrivo che probabilmente il modo più realistico per entrare nel settore privato non è aspettare il “grande incarico”, ma avvicinarsi ai coordinatori più strutturati della sua zona, proporsi come ausiliario, iniziare a farsi vedere dentro i cantieri e costruire nel tempo relazioni professionali che possano trasformarsi in fiducia. Gli scrivo anche un’altra cosa però, forse meno tecnica ma più importante: molti colleghi continuano a pensarsi soltanto come coordinatori, dimenticandosi che nel momento in cui cercano clienti dovrebbero diventare “imprenditori”, anche se non si chiamano così.
Ad Anassagora invece allego direttamente il documento sui criteri di qualificazione del formatore e gli indico il punto preciso in cui può verificare che i requisiti, almeno formalmente, li possiede già. Però poi aggiungo che, per esperienza, il problema raramente è quello. Il problema vero arriva nel momento in cui ti trovi davanti alle persone e devi decidere a chi vuoi parlare, cosa vuoi trasmettere e soprattutto come vuoi farlo. Per questo gli suggerisco una cosa semplice: preparare una piccola lezione, anche solo di un’ora e partire da lì.
Chiusa la conversazione, continuo però a pensarci.
Non tanto alle risposte, quanto alle domande.
Perché entrambe mi lasciavano addosso la sensazione che mancasse qualcosa. Non sul piano tecnico, ma nel modo in cui stavano guardando il problema.
Fidia stava cercando il modo di entrare in un mercato senza chiedersi davvero cosa stesse diventando quel mercato.
Anassagora stava cercando una certezza normativa completa mentre il mondo della formazione, nel frattempo, stava già cambiando forma.
È lì che mi è venuta in mente una scena molto semplice.
Quella di qualcuno che prepara con attenzione il viaggio, sceglie i vestiti, controlla i documenti, organizza le valigie e pianifica il percorso senza avere mai aperto la finestra per guardare fuori.
Per anni ci siamo abituati a pensare che il lavoro funzionasse così: prima ti prepari, poi entri. Prima acquisisci esperienza, poi trovi spazio. Prima ottieni i requisiti, poi inizi davvero.
Oggi però il contesto cambia mentre ti stai preparando.
Cambiano gli strumenti con cui si lavora, cambia il modo in cui le persone scelgono a chi affidarsi e sta cambiando perfino il significato stesso di alcune attività professionali che fino a pochi anni fa sembravano solidissime.
Ci sono formatori che continuano a immaginare l’aula come dieci anni fa senza accorgersi che una parte della formazione puramente trasmissiva è già stata assorbita dalle piattaforme online, contenuti registrati e intelligenza artificiale. Allo stesso modo ci sono coordinatori tecnicamente preparatissimi che continuano a proporsi al mercato pensando che basti conoscere bene il decreto, mentre fuori iniziano a pesare sempre di più altri elementi: la capacità di comunicare, di costruire relazioni, di stare dentro sistemi complessi, di essere percepiti come affidabili ancora prima che competenti.
La cosa interessante è che né Fidia né Anassagora stanno davvero sbagliando.
Stanno facendo qualcosa che facciamo quasi tutti: progettare il nostro futuro professionale immaginando che il mondo, nel frattempo, resti fermo ad aspettarci.
Solo che oggi il tempo tra ciò che immaginiamo e il momento in cui proviamo davvero a realizzarlo è diventato sufficiente perché il contesto cambi completamente.
Allora forse il problema non è soltanto trovare lavoro o capire come reinventarsi.
Forse il problema vero è accorgersi in tempo che il lavoro che avevamo in mente, quando finalmente decidiamo di attuarlo, potrebbe non esistere già più.
Fabrizio Lovato
Una risposta
Dopo la pubblicazione dell’articolo, Anassagora mi ha scritto raccontandomi una sensazione che probabilmente molti professionisti conoscono bene: quella di entrare nel mondo del lavoro immaginandolo in un modo e ritrovarsi invece dentro un sistema che cambia continuamente forma, spesso più velocemente della nostra capacità di comprenderlo.
Nelle sue parole c’era un’immagine forte: adattarsi per non restare fuori.
È vero. Oggi la capacità di adattamento è diventata necessaria.
Il problema però è che il contesto cambia ormai a una velocità tale da rendere impossibile inseguire tutto.
Per questo motivo credo che la competenza più importante non sia soltanto adattarsi, ma riuscire a leggere il contesto abbastanza in fretta da capire quali trasformazioni abbiano davvero senso inseguire e quali no.
Perché tutte le corse non possiamo vincerle e se proviamo a correrle tutte, rischiamo di perdere proprio la direzione.