Dopo la pubblicazione de “Il giorno in cui non decidi più tu”, mi sono arrivate diverse risposte. Alcune sintetiche, altre più articolate, ma due in particolare meritano attenzione perché, pur partendo da esperienze molto diverse, finiscono per raccontare lo stesso problema.
La prima arriva da Archelao amico di Anassagora: è uno che il cantiere lo vive da anni, non per sentito dire ma dentro le lavorazioni, a contatto diretto con le imprese. Il suo racconto è breve e diretto, ma contiene un passaggio che non si può ignorare:
“malgrado mi possa considerare un uomo di cantiere… alla fine le stesse ditte con le quali collaboro da anni, preferiscono rivolgersi ad altri colleghi… con forti ribassi”
Non è uno sfogo generico. È la conseguenza di una scelta precisa. Archelao dice di aver deciso di esercitare il ruolo fino in fondo, di comandare davvero in cantiere e il risultato non è stato un riconoscimento maggiore, ma una progressiva esclusione.
La seconda risposta arriva da Fidia e il contesto è completamente diverso. Un cantiere legato al Superbonus, una struttura organizzativa complessa, un General Contractor, un Responsabile dei Lavori fortemente condizionato dalle scadenze.
Il suo racconto è più lungo, più teso e contiene passaggi che restituiscono una situazione fuori controllo:
- “mi sono trovato con le spalle al muro”
- “60/65 persone contemporaneamente presenti in cantiere, di cui… non sapevo se fossero dipendenti”
- “per quanto ne sapevo potevano benissimo essere stati reclutati nel bar del paese”
A un certo punto ritorna una frase che conosciamo bene:
“Gli ispettori ricordano che in cantiere sei tu a decidere. In teoria è vero ma nella pratica non è proprio così.”
Due storie diverse. Due contesti diversi.
Eppure, se le si osserva con attenzione, portano nella stessa direzione.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire che, al di là delle difficoltà, il coordinatore deve comunque esercitare il proprio ruolo ed è una posizione che, sul piano formale, non può essere contestata.
La norma è chiara: il coordinatore verifica, coordina, interviene quando necessario.
Il problema è che questa affermazione, da sola, non regge quando viene calata nelle situazioni come quelle descritte.
Non siamo nel caso più evidente, quello in cui si ravvisa un pericolo grave e imminente e si procede con la sospensione della lavorazione ai sensi dell’art. 92, comma 1, lettera f).
In quel contesto la decisione è netta, il confine è chiaro e almeno in teoria anche il sistema riconosce quella scelta.
Qui il terreno è diverso. Le criticità non esplodono in modo evidente, ma si accumulano: documentazione incompleta, filiere che si moltiplicano, lavoratori di cui non è chiara la posizione, pressioni legate a tempi e costi. È una perdita di controllo progressiva, che difficilmente si lascia ricondurre a un singolo atto.
È in questo spazio che entra in gioco l’altro passaggio previsto dall’art. 92, comma 1, lettera e), quello che porta alla comunicazione agli organi di vigilanza ed è qui che emerge una contraddizione che raramente viene affrontata in modo esplicito.
La norma parla di “comunicazione”, non di “segnalazione” e la differenza non è secondaria. Comunicare significa trasferire un’informazione, ma non implica alcun controllo sull’esito di quella comunicazione. Il coordinatore, una volta effettuato questo passaggio, non ha alcuna certezza su ciò che accadrà: non sa se gli organi di vigilanza interverranno, né quando, né con quali modalità.
Nel frattempo, però, il cantiere non si ferma e non si ferma nemmeno il ruolo del coordinatore.
Perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare, non esiste uno spazio neutro in cui sospendersi in attesa di un intervento esterno.
Il coordinatore deve continuare a coordinare, deve continuare a presidiare il cantiere, deve continuare ad assumersi le proprie responsabilità.
Un’eventuale “autosospensione” non è una via percorribile: esporrebbe il coordinatore a conseguenze anche sul piano civilistico, fino alla richiesta di danni da parte del committente.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento, ben noto nella pratica: nel momento in cui l’intervento degli organi di vigilanza finalmente avviene, il coordinatore non è solo il soggetto che ha attivato il processo, ma diventa egli stesso oggetto di verifica.
La sua attività viene analizzata, le sue scelte valutate, le eventuali omissioni contestate e per la norma è giusto così.
In questo quadro, l’indicazione “devi esercitare il tuo ruolo” rischia di trasformarsi in una semplificazione che non tiene conto delle condizioni reali in cui quel ruolo viene ad essere esercitato.
Perché tra il dovere di coordinare e la possibilità concreta di farlo esiste uno spazio che oggi resta scoperto e dentro questo spazio si collocano, con esiti diversi ma con la stessa radice, le storie di Archelao e Fidia.
Archelao esercita il ruolo fino in fondo e viene progressivamente escluso dal lavoro e dal mercato.
Fidia resta nel sistema e, nel farlo, perde il controllo.
Queste storie non chiedono di essere giudicate, ma comprese per quello che mettono in evidenza.
Il tema non è più soltanto come applicare correttamente una norma, ma in quali condizioni quella norma diventa realmente praticabile. È una differenza sostanziale, perché sposta il focus dal comportamento individuale alla struttura in cui quel comportamento si inserisce.
Continuare a leggere queste situazioni come deviazioni occasionali o come limiti personali rischia di essere rassicurante, ma non aiuta a intervenire dove serve. Allo stesso modo, attribuire tutto alle pressioni esterne o al mercato rischia di svuotare il ruolo, trasformandolo in una funzione inevitabilmente subordinata.
Il punto è scomodo.
Esistono contesti in cui esercitare davvero il ruolo comporta un costo e ne esistono altri in cui restare all’interno del sistema, accettandone le condizioni, porta a una perdita progressiva di controllo che purtroppo diventa evidente solo quando è troppo tardi.
In entrambi i casi il coordinatore si trova a operare in un equilibrio instabile, in cui la responsabilità è piena ma gli strumenti non lo sono nella maniera più assoluta.
Dire che “in cantiere sei tu a decidere” ha senso solo se quella decisione è sostenuta da un sistema che la rende attuabile. In caso contrario resta una verità formale che non trova corrispondenza nella pratica.
Se il ruolo del coordinatore deve essere centrale, allora non basta richiamarlo alle proprie responsabilità. È necessario interrogarsi sugli strumenti che gli vengono messi a disposizione, sulla loro efficacia e sulla loro coerenza rispetto alle situazioni reali.
Perché senza questo passaggio il rischio è che il coordinatore continui a muoversi dentro una contraddizione: chiamato ad assolvere ad un compito, ma senza leve sufficienti per svolgerlo in maniera concreta e dignitosa.
Fabrizio Lovato