Cefalonia, 16 luglio 2026
C’è un momento, nella vita professionale di ogni coordinatore, in cui ci si accorge che l’obiettivo del nostro lavoro non è scrivere un buon PSC, compilare un verbale impeccabile o chiudere un sopralluogo senza rilievi.
Il vero obiettivo è un altro: è arrivare a casa la sera con la consapevolezza di aver fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per impedire che qualcuno si facesse male.
È un traguardo molto più difficile di quanto sembri, perché nessuno di noi lavora in un laboratorio. Lavoriamo nei cantieri, dove il contesto cambia nel giro di pochi minuti, dove il tempo corre sempre più veloce della pianificazione e dove, ogni giorno, convivono interessi, competenze e responsabilità diverse.
Qualche tempo fa ho chiesto a un centinaio di colleghi che partecipavano al Master CSE quale fosse la loro preoccupazione più grande. Le risposte sono state numerose, sincere e, per certi versi, sorprendenti. Le ho rilette più volte e, a un certo punto, mi sono accorto che stavo commettendo lo stesso errore che facciamo spesso quando affrontiamo un problema: continuavo a guardare ciò che mancava, invece di cercare di capire quale obiettivo ciascuno di loro stesse realmente inseguendo.
Prendiamo, ad esempio, questa risposta:
“Mi chiedo continuamente se la mia procedura è corretta e se, in caso di giudizio, sono tutelato oppure posso essere attaccato.”
A una prima lettura sembra il racconto di una paura. In realtà, dentro quelle parole ce n’è un’altra molto più interessante. C’è il desiderio di poter contare su un metodo così solido da non dover convivere ogni giorno con il dubbio di essersi dimenticati qualcosa. Il sogno non è evitare un processo. Il sogno è lavorare con la serenità che nasce dalla consapevolezza di aver seguito un percorso corretto.
Un altro collega scrive:
“Il timore più concreto è che avvenga un infortunio grave la cui causa sia anche una mia mancanza in qualità di coordinatore.”
Anche qui, se ci fermiamo alle prime parole, vediamo soltanto la paura. Ma se andiamo un po’ più in profondità scopriamo qualcosa di diverso. Scopriamo il desiderio, condiviso da tutti noi, di poter dire, qualunque cosa accada, di aver fatto davvero tutto ciò che era umanamente e professionalmente possibile per evitarlo. Nessuno sogna un cantiere perfetto. Sogniamo di essere all’altezza del compito che abbiamo accettato.
Mi ha fatto riflettere anche questa risposta:
“Non riuscire a dimostrare di aver fatto il mio dovere e magari aver saltato qualche passaggio fondamentale per dimostrare la mia buona fede.”
Dietro queste parole non leggo il desiderio di produrre più documenti. Leggo qualcosa di molto diverso: il bisogno di lasciare traccia del proprio lavoro, di costruire un sistema capace di raccontare ciò che abbiamo fatto anche quando noi non siamo presenti a spiegarlo. In fondo, tutti sappiamo che la buona fede, da sola, non basta. Ciò che abbiamo fatto deve poter essere ricostruito.
Poi c’è una risposta che, forse più di tutte, racconta la realtà quotidiana del nostro mestiere:
“Nonostante ce la metta tutta, mi ritrovo costretta a chiudere un occhio perché il committente ha fretta di finire il lavoro, mentre l’impresa continua a lavorare senza la necessaria attenzione alla sicurezza. Alla fine sono io a sentirmi esposta per gli interessi economici di altri.”
Non è soltanto lo sfogo di una collega. È il desiderio di poter esercitare il proprio ruolo senza dover scegliere ogni giorno tra ciò che la legge chiede e ciò che qualcun altro pretende. È il sogno di poter svolgere il proprio lavoro con l’autorevolezza necessaria perché la sicurezza non diventi una variabile dipendente dalle scadenze o dai costi.
Più rileggevo queste testimonianze, più mi rendevo conto che non avevo raccolto le paure dei coordinatori.
Avevo raccolto il ritratto del coordinatore che tutti noi vorremmo essere.
Un professionista che conosce con chiarezza il proprio ruolo, che dispone di un metodo sul quale poter fare affidamento, che riesce a documentare il proprio operato senza trasformare la sicurezza in una montagna di carta e che, soprattutto, mantiene la lucidità di prendere decisioni difficili anche quando attorno a lui tutti sembrano andare nella direzione opposta.
Forse è proprio questo il sogno che ci accomuna.
Non eliminare ogni rischio, perché sappiamo che non sarebbe possibile.
Ma arrivare a fine giornata con quella serenità che nasce dall’aver fatto il proprio dovere fino in fondo.
La settimana scorsa ho condiviso questa riflessione con molti colleghi e ho chiesto loro che cosa, concretamente, li aiuti a ritrovare quella serenità quando il dubbio prende il sopravvento, ma questa è un’altra storia.
Confrontandoci, mi sono accorto che esistono alcuni punti fermi capaci di cambiare il modo con cui viviamo il nostro ruolo. Non eliminano il peso della responsabilità, ma aiutano a portarlo in modo diverso.
Ne parleremo la prossima settimana.
Fabrizio Lovato