Questa mattina leggevo un articolo de Il Sole 24 Ore: “Sicurezza sul lavoro, check-up con una T-shirt”.
In sintesi, si racconta che esiste una T-shirt in grado di misurare in tempo reale i parametri bio vitali del lavoratore.
I parametri registrati vengono elaborati dall’AI con algoritmi predittivi e trasmessi al medico competente per prevenire il rischio di infortuni dei lavoratori.
Sono perplesso.
Il medico competente mi vede più volte del mio medico di famiglia, conosce la mia storia clinica e sono certo che quando mi dichiara idoneo alla mansione (dichiarazione preventiva allo svolgimento della mia attività lavorativa) non lo fa lanciando i dadi.
Quindi, questo nuovo e tecnologico dispositivo di protezione individuale a cosa serve?
Sicuramente non per predizioni a lungo termine.
Non sono un medico, ma posso immaginare che monitorando costantemente i parametri vitali di un lavoratore sia possibile misurare l’affaticamento e lo stress che potrebbero condurre ad un incidente sul lavoro.
In una frazione di secondo la T-shirt indossata dal lavoratore registra delle anomalie nei suoi parametri vitali, li trasmette all’AI che elabora i dati e invia l’alert e fino a questo punto non ho dubbi.
Questo è il collo di bottiglia.
Chi riceve l’alert?
Il medico compente?
Il datore di lavoro?
Una centrale operativa?
Questi soggetti sono nello stesso luogo in cui opera il lavoratore così da poter intervenire immediatamente per gestire le criticità?
Se sì in quanto tempo?
E purtroppo potrei proseguire.
È evidente che il cerchio non si chiude.
Io sono un promotore dell’introduzione dell’AI nel mio mondo, ma è necessario farlo con concretezza, lucidità e coscienza dei problemi, di TUTTI i problemi.