Quello che le donne mi hanno insegnato sulla sicurezza

Nella mia vita professionale convivono due anime.

La prima è quella che molti conoscono: il coordinatore della sicurezza. Cantieri, imprese, sopralluoghi, responsabilità. Un lavoro che svolgo da quasi trent’anni e che mi ha insegnato che la sicurezza non si governa con la forza delle norme, ma con la capacità di farle vivere nella quotidianità del cantiere.

La seconda anima è quella dell’amministratore di Telecert.

Chi conosce la nostra società sa che la certificazione UNI/PdR 125:2022 sulla parità di genere non è mai stata un bollino da esibire. È diventata un modo di lavorare. Lo è nella scelta delle immagini che utilizziamo, nell’attenzione alle parole delle nostre comunicazioni, ma soprattutto nel confronto quotidiano con un gruppo di lavoro composto quasi esclusivamente da donne.

Probabilmente questa sensibilità viene anche da lontano.

Sono cresciuto dietro il bancone del negozio di merceria di mia madre. Da bambino passavo i pomeriggi ascoltando sarte, clienti e nonne che lavoravano a maglia o all’uncinetto. Senza rendermene conto, ho imparato che prima ancora di trovare una soluzione bisogna capire davvero il problema. È una lezione che mi porto ancora oggi, sia quando entro in un cantiere sia quando entro in ufficio.

Negli ultimi anni queste due esperienze hanno iniziato a contaminarsi.

Da una parte continuo a formare coordinatori della sicurezza. Dall’altra, grazie al confronto quotidiano con le colleghe di Telecert, ho imparato a guardare molte situazioni da una prospettiva diversa.

Lo scorso anno abbiamo deciso di ascoltare direttamente alcune coordinatrici della sicurezza.

Non volevamo sapere se fosse più difficile essere donne in cantiere. Volevamo capire come vivevano il proprio ruolo.

La prima risposta è stata, per certi versi, rassicurante: il rispetto per il coordinatore non dipende dal genere. Quando manca, manca tanto nei confronti di un uomo quanto di una donna.

La seconda risposta, invece, mi ha fatto riflettere.

Le colleghe non chiedono trattamenti di favore. Anzi. Si sentono discriminate proprio quando qualcuno presume che possano incontrare maggiori difficoltà semplicemente perché sono donne.

È una differenza sostanziale.

Non vogliono essere aiutate. Vogliono essere giudicate per il loro lavoro.

Anche il Master CSE, concluso poche settimane fa, ci ha dato un’altra occasione di osservare questo tema.

Alla fine del percorso abbiamo chiesto ai partecipanti se i principi affrontati durante diciotto incontri fossero diventati comportamenti concreti nella loro attività professionale.

Perché è questo il punto.

Le idee valgono poco se rimangono nelle slide di un webinar.

Acquistano valore solo quando modificano il modo in cui si entra in un cantiere, si parla con un’impresa, si affronta un conflitto o si prende una decisione difficile.

Ed è proprio osservando questi comportamenti che mi è tornato spesso in mente un esercizio mentale che faccio da anni.

Immaginare il confronto tra due ottimi coordinatori.

Non un uomo e una donna.

Due professionisti che hanno costruito il proprio modo di lavorare attraverso esperienze diverse.

Uno più diretto, immediato, capace di decidere rapidamente quando il rischio non concede tempo.

L’altra più orientata all’ascolto, alla prevenzione, alla costruzione di relazioni che permettono alle regole di essere comprese prima ancora che imposte.

Se dovessimo mettere a confronto i loro modi di lavorare, verrebbe fuori un racconto fatto di vasi comunicanti, dove ciascuno ha qualcosa di fondamentale da insegnare all’altro.

Un professionista attento, osservando il lavoro di una collega, scopre quanto l’ascolto riduca le distanze, quanto la mediazione renda più efficaci le prescrizioni e quanto l’organizzazione dell’intero cantiere sia parte integrante della prevenzione.

Una coordinatrice, osservando colleghi con molti anni di esperienza, può cogliere la rapidità decisionale maturata sul campo, quell’occhio allenato a riconoscere il rischio prima ancora di averlo razionalizzato e la capacità di affermare il proprio ruolo quando il contesto lo richiede.

Non sono qualità maschili o femminili, sono qualità professionali.

Ed è proprio questo che mi ha insegnato il percorso fatto con Telecert.

La parità di genere non significa rendere tutti uguali, significa mettere ciascuno nelle condizioni di esprimere il meglio delle proprie competenze senza che il genere diventi un filtro attraverso cui giudicarle.

Forse è anche per questo che oggi provo un piacere particolare quando mi accorgo che le mie due anime si incontrano.

Da una parte il coordinatore della sicurezza, che continua a imparare ogni giorno entrando nei cantieri.

Dall’altra l’amministratore di una società che, grazie allo sguardo e alla sensibilità del suo gruppo di lavoro, mi ricorda ogni giorno che la sicurezza, prima ancora di essere una questione tecnica, è una questione di persone.

Quando le persone vengono ascoltate, rispettate e valorizzate per ciò che sanno fare, senza etichette e senza pregiudizi, anche i cantieri diventano luoghi un po’ più sicuri.

Fabrizio Lovato

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