Allarga un po’ il campo

La scorsa settimana Ugo mi ha mandato una fotografia.

Niente di particolarmente insolito. Tra colleghi capita spesso di scambiarsi un’immagine per chiedere un parere, mostrare una situazione incontrata in cantiere o semplicemente confrontarsi su qualcosa che non convince.

Nella fotografia c’era un operatore che stava lavorando su una scala doppia.

L’ho guardata.

L’uomo era salito piuttosto in alto e, soprattutto, stava lavorando praticamente a cavalcioni della scala, con il corpo rivolto verso la parete e una posizione che attirava immediatamente l’attenzione.

La prima cosa che ho pensato è stata abbastanza prevedibile.

Senza dubbio, quella scala non la sta usando bene.

Avrei potuto fermarmi lì.

Avevo una fotografia davanti agli occhi, avevo individuato una criticità e avevo anche tutti gli elementi della mia esperienza per ragionare sull’uso corretto di una scala doppia, sulla posizione dell’operatore, sulla stabilità durante la lavorazione e, ancora prima, sull’opportunità di utilizzare una scala portatile come posto di lavoro.

Tutte considerazioni corrette.

Guardavo la fotografia e c’era qualcosa che continuava a non convincermi.

Non era quello che vedevo, era quello che non vedevo.

L’inquadratura era molto stretta. C’erano l’operatore, la scala, la parete e poco altro.

Così ho scritto a Ugo: «Allarga un po’ il campo.»

Subito dopo mi è arrivata una seconda fotografia.

Stesso operatore.

Stessa scala.

Stessa lavorazione.

Solo qualche metro in più dentro l’inquadratura.

Ma la situazione che avevo davanti non era più la stessa.

La scala doppia era stata posizionata in cima a una rampa di scale in cemento armato e la struttura che compariva lateralmente nell’immagine non era un’attrezzatura, ma la protezione predisposta proprio per evitare la caduta nel vuoto della scala.

A quel punto il fatto che l’operatore fosse a cavalcioni continuava a essere vero.

Ma non era più la cosa che mi interessava di più.

La domanda era cambiata e non era più soltanto: «Come sta usando quella scala?»

Era diventata: «Dove hanno deciso di mettere quella scala?»

Soprattutto: che cosa potrebbe succedere se quell’operatore perdesse l’equilibrio o la scala diventasse instabile?

Non era cambiato il cantiere, non era cambiato l’operatore e non era cambiata neppure la scala.

Era cambiato il contesto.

Allargando il campo, era cambiata la mia valutazione.

Questa storia mi ha fatto tornare in mente l’articolo della scorsa settimana, quello della lista di David.

David aveva una buona lista di verifica  del cantiere e dentro quella lista c’erano anni di esperienza personale e aziendale, osservazioni, errori già incontrati e cose che qualcuno aveva imparato a non dimenticare.

Il problema poteva nascere nel momento in cui ciò che era scritto sulla lista diventava anche il confine di ciò che meritava di essere cercato.

Con la fotografia di Ugo è accaduto qualcosa di simile.

Solo che questa volta non c’era una lista a delimitare il campo.

C’era il bordo della fotografia.

Quello che vedevo era vero, l’operatore era davvero a cavalcioni della scala e quella modalità di utilizzo meritava davvero attenzione.

Il problema sarebbe stato trasformare una cosa vera in tutta la verità disponibile ed è questo l’aspetto più interessante.

Quando troviamo qualcosa che conosciamo, soprattutto se abbiamo esperienza, siamo veloci nel riconoscerla. Vediamo una scala utilizzata male e immediatamente si attivano conoscenze, norme, episodi precedenti, soluzioni che abbiamo già adottato.

È uno dei grandi vantaggi dell’esperienza.

Ma proprio quella velocità può portarci a formulare troppo presto la risposta.

Nella prima fotografia io avevo già trovato qualcosa e potevo cominciare a ragionare sulla scala, sull’operatore e sul suo comportamento e arrivare a conclusioni tecnicamente corrette.

Mi mancavano però pochi metri.

Pochi metri che stavano fuori dall’immagine.

Quei pochi metri non hanno cancellato quello che avevo visto prima, lo hanno messo in un contesto diverso.

Forse dovremmo ricordarcelo più spesso anche quando siamo fisicamente in cantiere, perché non sono soltanto le fotografie ad avere un bordo.

A volte ce l’ha una lista di controllo, una procedura o una domanda che ci è stata fatta e qualche volta il bordo può metterlo proprio la nostra esperienza, perché riconosciamo velocemente qualcosa che abbiamo già incontrato e, avendolo riconosciuto, siamo tentati di pensare di avere già capito che cosa stiamo guardando.

Non credo che la soluzione sia diffidare dell’esperienza.

Esattamente come non credo che la soluzione sia buttare via le liste di verifica o smettere di utilizzare fotografie per confrontarci su ciò che accade in cantiere.

Credo che serva, ogni tanto, una domanda in più.

Una domanda semplice: che cosa c’è appena fuori da quello che sto guardando?

Con Ugo sono bastate cinque parole:

«Allarga un po’ il campo.»

Forse, qualche volta, dovremmo dircele anche da soli.

Fabrizio Lovato

P.s.: l’immagine nel tablet della foto di copertina è la foto che mi ha mandata Ugo, poi contestualizzata con l’IA.

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