Il futuro non aspetta nessuno

Per molto tempo abbiamo pensato che uno dei problemi principali della formazione fosse il momento in cui ricevevamo le informazioni.

Poteva capitare di partecipare a un corso sulla progettazione di un sistema di evacuazione dei fumi senza avere, in quel momento, alcun sistema da progettare. Magari quell’informazione sarebbe servita due anni dopo, quando buona parte di ciò che avevamo ascoltato sarebbe stata dimenticata, o superata. Intanto, però, avevamo ottenuto i crediti necessari per dimostrare di essere aggiornati.

Oggi quel problema è profondamente cambiato. Le informazioni sono disponibili quasi ovunque e in qualunque momento. Possiamo interrogare ChatGPT o Gemini, consultare documenti, recuperare riferimenti normativi e ottenere spiegazioni in pochi secondi. Naturalmente dobbiamo verificarne l’attendibilità, ma non possiamo ignorare quanto sia cambiato il nostro rapporto con la conoscenza.

Allora mi domando: se le informazioni sono diventate così accessibili, quale sarà la competenza più importante per il coordinatore della sicurezza di domani?

All’inizio di quest’anno, con Federcoordinatori, abbiamo chiesto ai colleghi e alle colleghe quali fossero le tre capacità più importanti per un coordinatore. Le risposte hanno messo ai primi posti il rapporto con il committente, la capacità di relazionarsi con le imprese e quella di trasmettere consapevolezza situazionale alle persone coinvolte nel cantiere.

Tre capacità che hanno qualcosa in comune: non si acquisiscono semplicemente ascoltando una lezione.

Possiamo leggere il libro del più grande esperto di comunicazione, conoscerne perfettamente le tecniche e continuare a non riuscire a farci ascoltare da un capocantiere. Perché tra conoscere qualcosa ed essere capaci di utilizzarla esiste una distanza che soltanto l’esperienza, accompagnata dalla riflessione e dal confronto, può aiutarci a colmare.

Quando ho iniziato a svolgere il ruolo di coordinatore, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 494/1996, avevo avuto la fortuna di incontrare insegnanti straordinari, come la professoressa Cesira Macchia e l’ingegner Carmelo Catanoso, che mi avevano trasmesso conoscenze, ma soprattutto entusiasmo per una professione che stava nascendo.

Poi, però, la strada ho dovuto percorrerla da solo e l’abito del CSE non è comodo.

Ho imparato facendo, sbagliando, confrontandomi, cercando ogni volta di comprendere perché una scelta avesse funzionato e un’altra no. Avrei voluto qualcuno accanto a me, non per dirmi continuamente cosa fare, ma per aiutarmi a capire come affrontare ciò che ancora non conoscevo.

È un desiderio che non ho dimenticato.

È proprio da quel desiderio, maturato attraverso tanti anni di esperienza nei cantieri, che è nato il Master CSE. La prima edizione è stata l’occasione per sperimentare un modo diverso di fare formazione, nel quale le conoscenze rimangono indispensabili, ma diventano il punto di partenza per imparare a osservare, ragionare, confrontarsi e costruire decisioni.

I risultati di quell’esperienza mi hanno incoraggiato a proseguire, ma volevo capire se fosse possibile stimolare lo stesso cambiamento anche attraverso un percorso più breve, coinvolgendo persone che non avevano partecipato al Master.

Così, nelle ultime sei settimane, ho realizzato il Laboratorio del FARE, proponendo sei stimoli che invitavano a vedere, capire, domandare, decidere e, soprattutto, mettere in discussione il proprio modo di ragionare.

Nell’ultimo stimolo ho chiesto ai partecipanti di riconoscere in quale occasione avessero maggiormente cambiato idea, corretto un ragionamento o scoperto qualcosa che inizialmente non avevano considerato. Quasi il 50% delle risposte hanno indicato proprio l’esperienza in cui erano stati invitati a mettere in discussione una posizione apparentemente convincente.

Non considero questo risultato una dimostrazione dell’efficacia del metodo, ma un segnale significativo: anche attraverso un’esperienza limitata nel tempo, possiamo accorgerci che il nostro modo abituale di affrontare un problema non è necessariamente l’unico, né sempre il migliore.

È con questa convinzione, rafforzata dalla prima edizione del Master e dall’esperienza del Laboratorio del FARE, che ieri ho presentato la seconda edizione del Master CSE – dal Cosa al COME.

Non volevo costruire un altro corso nel quale far ascoltare lezioni e accumulare crediti, ma un percorso di affiancamento operativo, nel quale lavorare su situazioni concrete, confrontare decisioni, sperimentare strumenti e costruire progressivamente un proprio metodo di lavoro.

Soprattutto, volevo offrire ciò che mi era mancato quando avevo cominciato: qualcuno con cui confrontarmi quando la conoscenza delle regole non bastava a decidere come intervenire.

Per questo chi partecipa potrà confrontarsi direttamente con me per un anno, oltre a lavorare insieme agli altri partecipanti.

Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 31 ottobre 2026. Ma, al di là del Master, la riflessione che vorrei lasciare è un’altra.

Se il futuro ci permetterà di sapere sempre più cose, sempre più velocemente, forse la nostra vera sfida non sarà imparare a trovare nuove risposte, ma diventare coordinatori capaci di comprenderle, metterle in discussione e trasformarle in decisioni e azioni.

Perché le informazioni possono arrivare in pochi secondi. La capacità di utilizzarle richiede molto più tempo.

Il futuro è oggi e non aspetta nessuno.

Fabrizio Lovato

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