Qualche settimana fa mi sono accorto che stavo andando incontro a una coincidenza curiosa: da una parte la mia newsletter, Facciamo il punto, si stava avvicinando al numero cento, dall’altra il numero delle persone iscritte si stava avvicinando al limite previsto dal sistema che utilizzo per gli invii.
Avrei potuto semplicemente aumentare quel limite e continuare come se nulla fosse, ma c’era qualcosa che non mi convinceva, perché questa newsletter, da quando è nata, non è mai stata pensata come uno strumento commerciale e tutto quello che ci gira intorno, dal tempo necessario per scriverla al costo degli strumenti utilizzati, continua ad essere sostenuto direttamente da me.
Non mi pesa farlo, altrimenti avrei smesso da tempo, ma mi dispiace l’idea di continuare a mandare qualcosa a qualcuno che magari da mesi non ha più alcun interesse a riceverlo.
Così ho fatto una cosa molto semplice.
Ho scritto a tutte le persone iscritte una mail che iniziava con un “Toc toc. Ci sei?” e l’ho chiamata, con un po’ di ironia, “prova di esistenza in vita”.
Non chiedevo conferme formali, non c’erano moduli da compilare né domande su quanto fosse bella o utile la newsletter; chiedevo soltanto un piccolo segnale, che avevo deciso di raccogliere attraverso una domanda:
Se potessi chiedermi di approfondire una sola cosa, quale sarebbe?
Le risposte hanno cominciato ad arrivare quasi subito e, mentre le leggevo una dopo l’altra, all’inizio ho fatto quello che probabilmente avrebbe fatto chiunque al mio posto: ho cominciato mentalmente a dividerle per argomento.
Questa parla di PSC, questa di sopralluoghi, questa di rapporti con le imprese, questa di responsabilità, quest’altra degli organi di vigilanza, poi ci sono i lavoratori autonomi, i DPI, i costi della sicurezza, l’intelligenza artificiale.
Sembrava una fotografia piuttosto fedele dei problemi che accompagnano quotidianamente il lavoro di chi coordina la sicurezza nei cantieri e pensavo già che avrei potuto utilizzare quelle indicazioni per scegliere alcuni dei prossimi argomenti da approfondire.
Poi, però, durante una seconda lettura, mi sono fermato su una domanda.
«A che livello si deve spingere il coordinatore per ottenere i massimi risultati?»
Sono andato avanti e poco dopo ne ho trovata un’altra.
«Quali strumenti concreti ha il coordinatore per portare imprese e lavoratori autonomi ad operare in sicurezza in maniera attiva?»
Più avanti ancora qualcuno mi chiedeva come dovesse intervenire concretamente il CSE quando, durante un sopralluogo, si trova davanti a parapetti provvisori di dubbia adeguatezza, scavi non protetti, ferri sporgenti o interferenze tra mezzi e lavoratori.
A quel punto ho smesso di classificare.
Ho riletto quelle tre domande una di seguito all’altra e ho provato a immaginare le persone che le avevano scritte, magari al rientro da un sopralluogo o dopo una riunione nella quale avevano dovuto insistere per ottenere qualcosa che, sulla carta, avrebbe dovuto essere scontato.
La prima persona non mi stava veramente chiedendo quale fosse un obbligo del coordinatore, perché probabilmente quell’obbligo lo conosceva già; stava cercando di capire fin dove dovesse spingersi prima di poter dire di avere fatto bene il proprio lavoro.
La seconda non chiedeva quali fossero i compiti dell’impresa o del lavoratore autonomo, ma come riuscire a far sì che quei compiti diventassero comportamenti attuati.
La terza non aveva bisogno di sapere che uno scavo non protetto può rappresentare un pericolo o che un parapetto deve possedere determinate caratteristiche; chiedeva che cosa fare in quel momento, davanti a quella situazione, con quelle persone e con tutte le conseguenze che una decisione del CSE può produrre.
Continuando a leggere mi sono accorto che lo stesso meccanismo tornava molte volte, anche quando l’argomento sembrava completamente diverso, perché dietro una domanda sul POS, su una prescrizione, su un rapporto difficile con un’impresa o sull’intervento dell’organo di vigilanza compariva spesso lo stesso spazio vuoto, quello che esiste tra sapere che cosa dovrebbe accadere e decidere che cosa fare quando la realtà non accade esattamente come dovrebbe.
È uno spazio che conosco bene, perché è esattamente quello sul quale lavoro ormai da anni.
Quando ho iniziato a parlare del passaggio dal COSA al COME non pensavo a uno slogan e nemmeno a una contrapposizione tra teoria e pratica, perché senza conoscere il COSA il COME rischia semplicemente di diventare improvvisazione; pensavo piuttosto a quel momento preciso nel quale la conoscenza, da sola, smette di essere sufficiente e deve trasformarsi in una scelta, in un’azione o in una decisione.
È il momento in cui il CSE entra in cantiere e trova qualcosa che non coincide con nessuno degli esempi studiati durante un corso, oppure si accorge che tutta la documentazione è formalmente al suo posto ma ciò che vede non lo convince, o ancora deve decidere se una prescrizione già impartita richieda un ulteriore richiamo, una contestazione più netta o un intervento diverso.
In quei momenti nessuno ti consegna una casella da spuntare con scritto “questa è la risposta giusta”.
Hai una norma, certamente, hai il PSC, hai magari anni di esperienza, ma davanti a te hai soprattutto un contesto che devi leggere e comprendere, persone con le quali devi interagire e una decisione che produrrà conseguenze.
Qualche tempo fa mi è capitato di osservare due coordinatori davanti alla stessa situazione e di accorgermi che, pur conoscendo entrambi perfettamente le regole, non stavano vedendo la stessa cosa.
Uno si era fermato sull’elemento immediatamente visibile, l’altro aveva allargato lo sguardo e aveva collegato quel particolare al resto del cantiere, alle lavorazioni previste, alle persone presenti e a ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
La differenza non stava nella quantità di informazioni che possedevano, perché quelle erano sostanzialmente le stesse, ma nel modo in cui riuscivano ad utilizzarle.
È probabilmente questo il punto che le risposte alla mia piccola prova di esistenza in vita mi hanno fatto vedere con maggiore chiarezza.
Io avevo chiesto quali argomenti avrei dovuto approfondire e mi aspettavo, comprensibilmente, un elenco di COSA.
Invece, rileggendo quelle risposte con calma, mi sono accorto che molte persone, utilizzando parole diverse e partendo da situazioni diverse, mi stavano chiedendo soprattutto COME.
Come faccio a capire se ho fatto abbastanza.
Come faccio ad incidere davvero sul comportamento di un’impresa o di un lavoratore autonomo.
Come intervengo quando ciò che vedo non mi convince ma non è neppure riconducibile a una violazione specifica.
Come mi comporto quando ho già fatto quello che formalmente dovevo fare eppure il problema continua ad esistere.
Come trasformo, insomma, quello che so in qualcosa che funzioni in quel cantiere, con quelle persone e in quel momento.
Non penso che tutte queste domande nascano necessariamente da una preoccupazione, perché sarebbe una conclusione troppo semplice; alcune esprimono curiosità, altre desiderio di confronto, altre ancora il bisogno di verificare il proprio modo di lavorare.
Quello che mi sembra evidente, però, è che molte convergono nello stesso punto, ed è proprio lì che il lavoro del coordinatore diventa più difficile e, forse, anche più interessante, perché non basta più ricordare una disposizione normativa, bisogna interpretare ciò che si ha davanti e decidere.
Alla fine quella che avevo chiamato scherzosamente “prova di esistenza in vita” mi ha restituito qualcosa che non avevo chiesto.
Volevo soltanto sapere chi fosse ancora dall’altra parte e mi sono ritrovato con una fotografia, ancora incompleta ma già molto nitida, delle domande che accompagnano chi ogni giorno deve trasformare una regola in un comportamento, una conoscenza in una scelta e un obbligo in qualcosa che, possibilmente, funzioni.
Forse è proprio da quelle domande che dobbiamo ripartire.
Fabrizio Lovato