Il problema non era nato da una cattiva organizzazione del cantiere.
Anzi, fino a quel momento le cose avevano funzionato come previsto.
Stavamo realizzando un fabbricato in cemento armato e, su un terrazzo posto a circa sei metri dal suolo, erano stati installati dei parapetti provvisori mediante montanti tassellati alla soletta. Quelle protezioni avrebbero dovuto rimanere al loro posto fino alla posa dei parapetti definitivi e soltanto dopo essere smontate.
Poi siamo arrivati alla fase delle impermeabilizzazioni e della pavimentazione del terrazzo.
Ed è lì che il programma ha cominciato a complicarsi.
Il fabbro che avrebbe dovuto montare il parapetto definitivo era in ritardo.
Il cantiere, però, non si ferma semplicemente perché una lavorazione slitta. Le altre imprese sono presenti, ci sono lavorazioni programmate, tempi da rispettare e attività che, quando possibile, devono andare avanti.
Il capocantiere si trovava quindi davanti a un problema concreto: il parapetto provvisorio doveva rimanere per garantire la protezione contro la caduta dall’alto, ma proprio quei montanti impedivano di completare impermeabilizzazione e pavimentazione fino al bordo del terrazzo.
Mi propose una soluzione.
«Facciamo tutto fino a venti, trenta centimetri dal bordo. Poi smontiamo i parapetti e l’ultima fascia la finiamo dal basso, con la PLE.»
La proposta, detta così, aveva una sua logica.
Non stava suggerendo di togliere i parapetti e mandare qualcuno a lavorare sul bordo senza protezione. Stava cercando un modo per mantenere il più a lungo possibile le protezioni esistenti e, una volta arrivati alla parte che non poteva essere completata, spostare la lavorazione su un’attrezzatura che permettesse di intervenire dall’esterno.
Era una soluzione pensata per far proseguire il cantiere.
Ed è proprio questo che la rendeva interessante.
Quando qualcuno ci propone qualcosa di manifestamente sbagliato, prendere posizione è relativamente semplice. Il problema vero nasce quando la soluzione sembra ragionevole, risponde a un’esigenza reale e, almeno a una prima lettura, sembra anche risolverla.
In quel momento, però, non mi interessava ancora discutere se la PLE fosse la scelta corretta per completare la pavimentazione.
Mi interessava quello che sarebbe dovuto succedere prima.
Gli ho fatto una domanda.
«Va bene. Ma gli operatori che devono smontare il parapetto provvisorio, prima che voi possiate lavorare con la PLE, dove li fate ancorare?»
Il punto era tutto lì.
Per arrivare alla soluzione proposta bisognava prima rimuovere proprio la protezione che in quel momento impediva la caduta dal bordo.
La facciata era ormai finita e anche il pavimento non permetteva di pensare con leggerezza a nuovi punti di ancoraggio. Gli ho chiesto se avessero previsto un sistema di aggancio zavorrato.
«No, ma…»
L’ho fermato.
«Nessun “no, ma”. Prima dobbiamo risolvere questo passaggio.»
La soluzione che mi era stata proposta spiegava come avrebbero completato la lavorazione.
Non spiegava come sarebbero arrivati, in sicurezza, nelle condizioni necessarie per poterla eseguire, ma non era ancora tutto.
Anche ammettendo di riuscire a trovare una modalità sicura per smontare i parapetti provvisori, rimaneva una seconda domanda.
«Mettiamo che riusciamo a smontarli e che con la PLE finiate impermeabilizzazione e pavimentazione. Dopo? Fino a quando non arriva il fabbro a montare il parapetto definitivo, come proteggiamo il terrazzo?»
Perché il rischio non sparisce nel momento in cui finisce la lavorazione.
Il terrazzo sarebbe rimasto lì.
Senza il parapetto provvisorio e senza quello definitivo.
La proposta del capocantiere, quindi, non doveva essere valutata soltanto chiedendoci se consentisse di completare la pavimentazione in sicurezza.
Doveva reggere prima, durante e dopo.
Prima, perché qualcuno avrebbe dovuto rimuovere il parapetto provvisorio.
Durante, perché la fascia perimetrale doveva essere completata.
Dopo, perché il terrazzo avrebbe continuato a esistere e a dover essere protetto fino alla posa del parapetto di protezione definitiva.
A quel punto le possibilità da verificare, in quel cantiere, erano sostanzialmente due.
La prima era capire se fosse possibile utilizzare parapetti provvisori con un sistema di fissaggio diverso, che consentisse di liberare il piano del terrazzo ancorandosi alla facciata della trave. La seconda era mantenere il programma previsto e rimandare il completamento della pavimentazione fino alla posa del parapetto definitivo.
La prima strada meritava di essere verificata.
Qualche giorno dopo mi ha chiamato il capocantiere.
«Non riusciamo. Abbiamo già posato il canale di gronda e non troviamo parapetti provvisori che vadano bene.»
A quel punto la risposta era semplice.
«Allora manteniamo il programma previsto. La finitura della pavimentazione sul terrazzo la farete dopo il montaggio dei parapetti definitivi.»
Ripensando a quell’episodio, la parte che trovo più interessante non è la soluzione finale e non è nemmeno il parapetto.
È il ragionamento che ci ha portati a decidere.
Il capocantiere aveva un problema vero e aveva cercato una soluzione vera.
Se mi fossi limitato a guardare il punto di partenza e quello di arrivo, il ragionamento avrebbe potuto anche sembrare convincente: manteniamo il parapetto il più a lungo possibile, arriviamo quasi al bordo, lo togliamo e terminiamo il lavoro con una PLE.
Il problema stava in mezzo.
In ciò che doveva accadere per passare da una fase all’altra e subito dopo.
È lì che una soluzione apparentemente corretta può smettere di esserlo.
Perché spesso siamo molto concentrati sul che cosa dobbiamo ottenere e molto meno su tutto ciò che dovrà accadere per riuscire a ottenerlo.
Nel lavoro del Coordinatore questo passaggio è tutt’altro che secondario.
Non significa sostituirsi all’impresa nell’organizzazione della lavorazione e neppure decidere al suo posto come deve produrre.
Significa però non fermarsi alla dichiarazione di intenti.
Se mi proponi una modalità diversa da quella prevista, devo capire come pensi di realizzarla.
Devo poter ricostruire la sequenza.
Che cosa succede prima?
Chi interviene?
Con quali protezioni?
Che cosa cambia mentre viene eseguita?
Soprattutto: quando hai finito, quale situazione lasci dietro di te?
Qualche volta il confronto porta a una soluzione nuova.
Qualche volta porta a modificare quella proposta.
Qualche volta, come è successo in questo caso, serve semplicemente a comprendere perché la sequenza già programmata non può essere anticipata o aggirata.
Non è tempo perso.
È esattamente il contrario.
È il momento nel quale una soluzione smette di essere soltanto plausibile e viene messa alla prova della realtà.
La settimana scorsa raccontavo che, davanti a una fotografia, a volte serve allargare un po’ il campo.
Questa volta il campo da allargare non era quello che avevamo intorno.
Era quello che avevamo davanti nel tempo e non bastava vedere dove volevamo arrivare, bisognava vedere anche tutto quello che sarebbe dovuto succedere prima, durante e dopo.
Perché qualche volta basta una domanda molto semplice per capire se una soluzione regge davvero.
«Il parapetto chi lo smonta?»
Fabrizio Lovato