La scorsa settimana ho lavorato con carta e penna su questa domanda: cosa può impedire di lavorare in modo pericoloso… quando le regole non vengono rispettate?
È una domanda scomoda, perché sposta l’attenzione.
Non più sull’errore, non più sulla sfortuna, ma su come funziona o dovrebbe funzionare il sistema.
Rileggendo gli appunti scritti mi sono trovato davanti ad un altro problema.
In cantiere succede spesso che quando qualcosa non funziona, la spiegazione arriva in un lampo.
È quasi sempre colpa di qualcun altro.
È il lavoratore che non rispetta le indicazioni.
È l’impresa che fa di testa sua.
È il committente che non capisce.
È l’organo di vigilanza che interpreta male.
A volte è vero, anzi, spesso è vero; ma non è questo il punto.
Il punto è cosa ce ne facciamo di queste verità.
Perché se ci fermiamo lì, abbiamo già deciso che non possiamo fare nulla.
Abbiamo ragione, ma non abbiamo più margine e senza margine operativo, il ruolo del coordinatore si svuota.
Ti faccio un esempio semplice: un sopralluogo in cantiere.
Una lavorazione evidente, un rischio altrettanto evidente.
La procedura c’è, il POS anche, ma in campo quanto è stato deciso non viene rispettato.
Si interviene, si segnala, si verbalizza.
Qualche giorno dopo, un nuovo controllo e ci troviamo di fronte ad una situazione fotocopia.
A quel punto la lettura è immediatamente più chiara: l’impresa non applica quanto previsto.
È una lettura corretta, ma se ci fermiamo qui, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a rincorrere.
Esiste però una seconda lettura, sicuramente più scomoda.
Cosa non ha funzionato nel passaggio tra ciò che era scritto e ciò che stava accadendo in cantiere?
La procedura era davvero comprensibile?
È stata condivisa nel modo giusto?
Chi doveva applicarla era nelle condizioni di farlo?
L’operatore era consapevole di quel rischio e delle sue implicazioni?
Non sono domande per assolvere o accusare qualcuno, sono domande per capire dove possiamo ancora incidere sul sistema.
Negli anni mi sono convinto che esistono due modi di vivere queste situazioni.
Il primo è quello più immediato.
Si guardano gli altri, si guarda l’esterno a noi, si individuano responsabilità, si documenta tutto.
È necessario, è importante ma non basta.
Il secondo aggiunge un passaggio, che parte da una semplice domanda.
“Dove si colloca, in questa situazione, il mio spazio di azione?”
A volte è prima.
A volte è durante.
A volte è dopo.
A volte è gestire una riunione in modo diverso.
A volte è formulare una richiesta più precisa.
A volte è una restituzione più chiara di un verbale.
Non sempre è risolutivo, ma spesso è sufficiente.
Perché il tema non è avere ragione, è non rinunciare alla possibilità di incidere nel cambiamento.
La prossima volta che qualcosa non torna in cantiere, prova a fermarti un attimo.
Non per chiederti (solo) di chi è la colpa.
Chiediti: cosa posso ancora fare che non ho ancora fatto?
Prima di chiudere desidero dirti ancora una cosa, che riguarda il modo in cui ci rapportiamo con gli altri.
Perché il meccanismo di cercare la causa negli altri, non è solo nostro.
È anche di coloro che abbiamo davanti.
Lo vedi nelle riunioni, lo senti nei confronti in cantiere.
“Io il mio l’ho fatto.”
“Non dipende da noi.”
“Non era previsto.”
Il rischio è accettare quelle letture e andare avanti.
Se invece vuoi mantenere il tuo ruolo, devi fare una cosa semplice, ma non facile.
Spostare la domanda.
Non fermarti a “di chi è la responsabilità”.
Riporta la conversazione su: “cosa facciamo adesso?”
Oppure: “come evitiamo che succeda di nuovo?”
All’inizio crea resistenza perché obbliga tutti a uscire dalla posizione più comoda, ma è esattamente lì che avviene la magia del cambiamento.
A volte, basta questo per cambiare il modo in cui il cantiere ci risponde.
Fammi sapere.
Fabrizio Lovato