L’altro ispettore.

L’ho chiamato “l’altro ispettore”, non per rimandare alla nota fiction, ma perché altrimenti qualche mio lettore potrebbe confonderlo con l’Ispettore Fantasma a cui mi rifaccio spesso.

L’altro ispettore mi scrive qualche giorno dopo la discussione fatta online sul PSC.

Non è una critica e nemmeno una contestazione.
È più il messaggio di qualcuno che, davanti a certi documenti, continua a cercare qualcosa che troppo spesso non riesce a trovare.

Mi scrive così:

“Fabrizio, mi sento disorientato.

Quando apro un documento della sicurezza, io mi aspetto di trovare il lavoro. Mi aspetto che, dentro una sequenza logica delle lavorazioni, emergano procedure chiare, modalità operative comprensibili, spazi di lavoro organizzati e protetti da opere provvisionali adeguate, assieme ad una gestione delle emergenze coerente con le singole fasi operative.

Invece, molto spesso, mi accorgo che alcuni documenti finiscono quasi per aiutarmi a studiare meglio le leggi, mentre altri sono solo raccolte di articoli normativi messi uno dietro l’altro.

Forse hai ragione tu quando dici che il problema nasce dal modo in cui vengono costruiti.

Perché il mio desiderio, in fondo, è molto concreto. Io vorrei ritrovare nei documenti della sicurezza esattamente ciò che ho appena descritto.

Poi però mi fermo e mi rendo conto di un’altra cosa.

Mi accorgo che, dentro quelle cinquecento pagine scritte per la ristrutturazione di un box o per una rivendita di capsule del caffè, sembra esserci troppo poco spazio proprio per il lavoro reale.

È  questo che mi disorienta di più.”

Quando ho finito di leggere, sono rimasto qualche minuto in silenzio.

Perché in quel messaggio non c’era soltanto il punto di vista di un ispettore che legge documenti tutti i giorni. C’era anche la fatica di chi, aprendoli, continua ostinatamente a cercare il cantiere, quello reale e troppo spesso trova invece un deposito di norme, richiami legislativi, frasi standard e procedure che potrebbero stare ovunque, proprio perché non appartengono a nessun luogo.

Gli ho risposto, non per difendere certi documenti, perché alcuni sono sinceramente indifendibili, ma perché continuo a pensare che, se vogliamo capire perché esistono, dobbiamo smettere, almeno per un momento, di guardare il problema da una sola posizione.

Gli ho scritto:

Caro ispettore, il tuo disorientamento lo capisco e ti dico anche che quello che cerchi nei documenti è esattamente quello che dovrebbero contenere. Su questo non c’è discussione.

Il punto, però, è un altro.

Tu li leggi da chi deve verificare, mentre chi li scrive, spesso, è da solo.

Da solo davanti a norme che non sempre sono così lineari come sembrano quando si leggono dopo.

Da solo nel tentativo di tradurre obblighi generali in situazioni specifiche.

Da solo sapendo che, prima o poi, quel documento verrà letto cercando cosa manca, non cosa funziona.

Questo non giustifica i documenti inutili, ma spiega perché esistono.

Perché tra ciò che la norma chiede e ciò che il cantiere sarà, si crea uno spazio molte volte difficile da governare.

Il coordinatore viene chiamato in causa all’ultimo minuto, con progetti già conclusi, con la fretta, problemi personali e quando contrastano con il programma succede quello che descrivi anche tu.

Documenti lunghi, pieni di richiami normativi, ma poveri di contenuto operativo.

Non perché non si sappia cosa servirebbe, ma perché spesso si scrive “in fretta” e per “non sbagliare”, più che per “far funzionare”.

Forse è proprio questo l’ostacolo da superare.

Da una parte chi si aspetta chiarezza operativa, giustamente, dall’altra chi prova a costruirla in un contesto che non sempre aiuta.

Se vogliamo davvero migliorare la qualità dei documenti, forse il punto non è solo chiedere di più a chi li scrive, ma iniziare a leggerli, ogni tanto, anche per capire cosa c’è dietro a quelle cinquecento pagine.

Perché l’obiettivo, alla fine, è lo stesso.

Finché guardiamo la stessa cosa da due lati diversi della barricata, continueremo a vedere solo metà del problema.”

È qui che desidero fermarmi assieme a voi.

Perché, al di là delle norme, dei modelli e delle discussioni sui PSC fatti bene o fatti male, la domanda vera secondo me è un’altra.

Quando leggiamo un PSC, oppure quando lo scriviamo, cosa stiamo cercando?

Un documento che dimostri conformità?
Oppure uno strumento che aiuti concretamente ad organizzare lavoro in modo sicuro?

Perché il concetto di “lavoro sicuro” è molto diverso da quello di “sicurezza sul lavoro”.

La differenza non è soltanto linguistica. Cambia completamente il punto da cui osserviamo il problema.

“Sicurezza sul lavoro” è diventata, negli anni, una grande categoria dentro cui facciamo stare norme, obblighi, procedure, ruoli, verifiche, sanzioni e documenti.

Il “lavoro sicuro”, invece, riguarda il lavoro vero, quello che si fa in cantiere.

Riguarda il modo in cui quell’attività viene progettata, organizzata ed eseguita affinché qualcuno possa svolgerla senza essere esposto inutilmente al rischio.

È qui che, secondo me, molte organizzazioni e molti coordinatori iniziano a perdersi.

Perché si può fare sicurezza sul lavoro senza riuscire davvero a costruire un lavoro sicuro.

Un PSC può essere formalmente corretto e il cantiere continuare a funzionare male.

Un DVR può essere completo e le persone continuare a lavorare arrangiandosi.

Una riunione di coordinamento può essere gestita alla perfezione… senza coordinare nulla.

È questo il punto che dovremmo iniziare a mette a fuoco e a discutere assieme.

Perché un ispettore potrebbe solo chiederti: “il PSC ha i contenuti minimi previsti dalla norma?

Ma la domanda che ti dovresti fare tu è un’altra:

“Il lavoro che sto guardando in questo momento, è organizzato per essere eseguito in modo sicuro?”

Come vedi sono due domande molto diverse.

Fabrizio Lovato

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