Quando il coordinatore ritrova la serenità.
La settimana scorsa avevo provato a rileggere alcune testimonianze raccolte tra i colleghi. Non come l’elenco delle nostre paure, ma come il ritratto del coordinatore che ciascuno di noi vorrebbe diventare.
Le risposte che mi sono arrivate mi hanno confermato una cosa.
Molti hanno fatto lo stesso percorso mentale. Hanno smesso di soffermarsi sul timore espresso dalla frase e hanno iniziato a chiedersi quale fosse il desiderio nascosto dietro quelle parole: tranquillità.
È stato proprio questo confronto a farmi capire che, forse, da anni stiamo chiamando “tranquillità” la cosa sbagliata.
La tranquillità non è arrivare al punto in cui non abbiamo più dubbi.
Non è il giorno in cui smettiamo di porci domande.
Non è nemmeno la certezza che in cantiere non accadrà mai nulla.
Se fosse questa, sarebbe un obiettivo irraggiungibile.
La tranquillità o serenità professionale, invece, è un’altra cosa.
È sapere che, davanti a un problema, non stiamo improvvisando.
È avere un metodo.
Ripensando alle discussioni nate durante il Master CSE, alle esercitazioni, ai casi pratici affrontati insieme e ai tanti messaggi ricevuti dopo la pubblicazione del primo articolo, mi sono accorto che quel metodo poggia sempre sugli stessi quattro punti.
Il primo riguarda il ruolo.
Molti coordinatori vivono con il peso di dover controllare tutto. Ogni lavorazione, ogni comportamento, ogni scelta compiuta in cantiere. È un carico che, oltre a essere impossibile da sostenere, non corrisponde nemmeno a ciò che il legislatore ci chiede.
Il coordinatore non è chiamato a sostituirsi al datore di lavoro, al dirigente o al preposto. È chiamato a coordinare un sistema complesso, a governare le interferenze, a verificare che ciascun soggetto eserciti le proprie responsabilità e ad intervenire quando il sistema smette di funzionare.
Può sembrare una differenza solo teorica.
In realtà è la prima condizione per lavorare con equilibrio. Perché soltanto quando il proprio ruolo è chiaro diventa possibile esercitarlo fino in fondo.
Il secondo punto riguarda le tracce che lasciamo.
Quante volte ci siamo detti: “Quella cosa l’avevo detta.”
Probabilmente è vero.
Ma il tempo cancella i ricordi molto più velocemente di quanto immaginiamo.
Un verbale, una fotografia contestualizzata, una richiesta scritta, l’evidenza che quella comunicazione è arrivata al destinatario non rappresentano un esercizio burocratico. Sono il racconto oggettivo del lavoro svolto. Consentono ai fatti di continuare a parlare anche quando noi non siamo presenti a spiegarli.
Il terzo elemento è il metodo.
La paura di dimenticare qualcosa accompagna tutti noi. Anch’io, dopo tanti anni di attività, continuo a verificare più volte alcuni passaggi prima di considerare concluso un lavoro.
La differenza è che oggi non mi affido alla memoria, mi affido alle procedure.
Le check-list, gli schemi di verifica, i modelli operativi non servono a rendere il nostro lavoro più rigido. Servono a liberare energie mentali. Se non devo impiegare attenzione per ricordarmi ogni volta quali passaggi seguire, posso dedicarla all’unica cosa che nessuna procedura potrà mai sostituire: osservare il cantiere, ascoltare le persone e cogliere quei segnali che nessun documento riuscirà mai a prevedere.
Ed è proprio questo il quarto punto, per anni abbiamo creduto che il nostro lavoro producesse documenti.
Non è così.
Il nostro lavoro produce comportamenti.
Ogni volta che convinciamo un’impresa a modificare un’organizzazione di cantiere.
Ogni volta che un lavoratore comprende il motivo di una misura di sicurezza invece di subirla.
Ogni volta che un committente decide di rallentare un’attività perché ha compreso il rischio che comporta.
Ogni volta che una non conformità viene eliminata prima che diventi un incidente.
Quello è il nostro vero lavoro.
I verbali servono, il PSC serve, le prescrizioni servono, ma sono strumenti.
Il risultato che cerchiamo è sempre lo stesso: cambiare il comportamento delle persone.
Forse è proprio qui che nasce quella serenità che tutti stavamo cercando.
Non dalla convinzione di poter controllare ogni cosa, ma dalla consapevolezza di aver costruito un metodo che ci aiuta a prendere le decisioni corrette, a rendere evidente il nostro operato e, soprattutto, a incidere realmente sulla sicurezza del cantiere.
Ripensando ai “sogni” raccolti tra i colleghi, oggi mi viene da aggiungerne uno.
Mi piacerebbe che ogni coordinatore potesse arrivare a fine giornata senza chiedersi se abbia controllato tutto.
Mi basterebbe che potesse dirsi, con onestà, di aver fatto bene ciò che il suo ruolo gli chiedeva di fare.
Credo che sia questo il punto in cui la responsabilità lascia spazio alla serenità.
Fabrizio Lovato