Quando, quasi un anno fa, è iniziata la prima edizione del Master CSE – Coordinamento in Esecuzione: dal Cosa al Come, il titolo conteneva già una parte importante di ciò che avevo in mente.
Non volevo costruire un percorso che aggiungesse semplicemente altre informazioni alle molte che un Coordinatore accumula negli anni attraverso corsi, norme, sentenze, linee guida e aggiornamenti. Volevo provare a lavorare su quel passaggio, molto più difficile da insegnare e forse anche da raccontare, che separa il sapere cosa dovrebbe fare un CSE dal riuscire a capire come farlo quando si trova in cantiere.
Era una convinzione maturata in molti anni di lavoro, durante i quali mi ero accorto che conoscere una norma e riuscire ad applicarla non sono affatto la stessa cosa, perché tra le due c’è sempre di mezzo la realtà: persone che reagiscono in modi diversi, imprese che cambiano programmi, lavorazioni che si sovrappongono, documenti che arrivano in ritardo, decisioni che vengono prese senza aspettare il Coordinatore e situazioni che, una volta entrati in cantiere, assomigliano molto poco a quelle che avevamo immaginato davanti al monitor.
Per questo era nato il Master CSE dal Cosa al Come.
La questione era capire se saremmo riusciti davvero ad arrivarci.
Non avevamo un’aula nella quale incontrarci. Eravamo un centinaio di persone collegate in videoconferenza sincrona da luoghi diversi e avevamo CollaboRi, la nostra classe virtuale, nella quale il lavoro poteva continuare attraverso la bacheca, i materiali, le domande e il confronto anche quando l’incontro in diretta era terminato.
Le esperienze erano molto diverse. C’era chi svolgeva il ruolo di Coordinatore da pochi anni e chi da decenni, chi lavorava prevalentemente nel privato e chi si confrontava quotidianamente con opere pubbliche, imprese strutturate e cantieri complessi.
Fin dai primi incontri avevo scelto di non partire sempre dalla spiegazione.
Preferivo mettere sul tavolo una situazione, lasciare che ciascuno la osservasse con gli strumenti che già possedeva e chiedere una cosa apparentemente semplice: tu cosa faresti?
La domanda successiva era quasi sempre più importante della prima: perché?
A quel punto la chat cominciava a riempirsi e non era raro che, davanti allo stesso problema, comparissero soluzioni differenti, sostenute da esperienze, interpretazioni e modi diversi di leggere ciò che stava accadendo. Il mio compito era accompagnare il confronto e qualche volta complicare intenzionalmente il caso e costringere chi aveva già trovato una soluzione a domandarsi se avrebbe continuato a sostenerla anche dopo aver visto ciò che inizialmente non aveva considerato.
Solo dopo arrivavano la norma, la sentenza, l’esperienza mia o di chi avevo chiamato a lavorare con noi.
Non perché la risposta corretta non fosse importante, ma perché volevo che arrivasse dopo che ciascuno aveva costruito la propria.
Se avessi iniziato dicendo come avrei affrontato io quella situazione dopo quasi trent’anni di coordinamento, sarebbe stato molto facile ascoltarmi, comprenderne il ragionamento e magari condividerlo. Molto più difficile era trovarsi davanti allo stesso problema senza quella risposta già disponibile, scegliere una strada, motivarla e poi confrontarla con ciò che sarebbe arrivato dopo.
È in quello spazio che cercavo di portarli.
Non dal giusto allo sbagliato, ma dal sapere al decidere.
Perché in cantiere nessuno ci consegna un caso già ordinato, con tutte le informazioni necessarie e una domanda alla fine. Prima dobbiamo capire quale sia realmente il problema.
Durante il Master ho utilizzato più volte un’immagine che continua a sembrarmi efficace.
La norma assomiglia a una buona mappa.
Quando ci troviamo in un territorio che non conosciamo, averla con noi è indispensabile; ma la precisione della mappa serve a poco se prima non siamo capaci di capire dove ci troviamo.
Possiamo conoscere perfettamente gli obblighi del CSE e sapere cosa prevede l’articolo 92, o quali contenuti deve possedere il PSC o il POS, ma quando entriamo in cantiere dobbiamo prima vedere cosa sta accadendo, distinguere ciò che è significativo da ciò che non lo è, comprendere le relazioni tra le persone e le lavorazioni e, solo allora, utilizzare gli strumenti che conosciamo per decidere come intervenire.
Per questo, quando affrontavamo una prescrizione che non aveva prodotto alcun risultato, non mi interessava soltanto discutere come scriverla meglio. Provavo a spostare la domanda: perché, nonostante fosse corretta, non aveva modificato il comportamento di nessuno?
Ogni volta cercavo di fare la stessa cosa: prendere una domanda che chiedeva COSA devo fare? e accompagnarla, senza cancellarla, verso una domanda più difficile: COME posso farlo in questa situazione?
Era questo il percorso, ma ciò che non sapevo era dove avrebbe portato ciascuna delle persone che lo stava facendo con me.
La risposta, almeno in parte, è arrivata alla fine, quando mi sono trovato a leggere più di ottanta elaborati conclusivi.
Non cercavo persone che ragionassero come me e, fortunatamente, non le ho trovate. Quello che mi interessava era capire se, davanti a un problema, fosse cambiato qualcosa nel modo di affrontarlo.
Ricordo in particolare l’analisi di una fotografia nella quale un lavoratore operava in equilibrio su una scala, senza protezioni, impegnato in un’attività che avrebbe richiesto altre attrezzature.
Era una scena che qualsiasi Coordinatore avrebbe saputo leggere rapidamente. La violazione era evidente, il rischio riconoscibile e non sarebbe stato difficile individuare la prescrizione da impartire o discutere le responsabilità che sarebbero potute emergere se qualcosa fosse andato storto. Ma il ragionamento non si era fermato lì.
Dopo aver riconosciuto ciò che non andava, compariva un’altra domanda: perché quel lavoratore stava lavorando proprio così?
Da quel momento la fotografia diventava più grande dei suoi pixel, perché dietro quella scala potevano comparire un’attrezzatura non disponibile, un’organizzazione sbagliata, tempi incompatibili con una soluzione diversa oppure un comportamento diventato normale semplicemente perché, giorno dopo giorno, nessuno lo aveva realmente messo in discussione.
Nessuna di quelle ipotesi rendeva accettabile il rischio e nessuna cancellava la violazione. Ma comprenderne l’origine avrebbe inevitabilmente cambiato l’intervento del Coordinatore, perché far scendere quella persona dalla scala avrebbe risolto il problema di quel momento; capire perché ci fosse salita poteva evitare di ritrovare qualcuno sulla stessa scala il giorno successivo.
La fotografia non era cambiata, era cambiato lo sguardo di chi la osservava.
È stato leggendo passaggi come questo che ho cominciato a vedere qualcosa che, quando avevo progettato il percorso, potevo sperare ma certamente non dare per scontato, il passaggio dal Master CSE al CSE Master
Alla fine non mi interessava stabilire se chi aveva partecipato conoscesse più norme di prima, ricordasse più sentenze o fosse diventato più bravo a compilare un documento.
Mi interessava capire se, davanti a un problema, avesse imparato a fermarsi qualche istante prima di cercare la risposta.
Fermarsi per osservare, interrogandosi su ciò che stava vedendo così da costruire una posizione e soltanto dopo confrontarla con la norma, con altre esperienze e con altri modi di leggere la stessa realtà.
È lì che, almeno per me, il Master CSE ha cominciato a rovesciarsi e a diventare CSE Master.
Non come titolo che attribuisce una superiorità professionale e tanto meno come promessa di infallibilità, ma come riconoscimento di un percorso nel quale un Coordinatore ha provato a sviluppare un modo più consapevole di leggere il proprio lavoro.
Alla fine avevo chiesto ai partecipanti di immaginare di trovarsi davanti alla bacheca della segreteria e di lasciare un messaggio a chi avrebbe iniziato il Master dopo di loro. Non avevo chiesto una recensione, mi interessava sapere cosa avrebbero raccontato a una persona che stava per intraprendere il loro stesso percorso.
Tra le tante risposte, una diceva che il Master permetteva «di vedere il cantiere e la figura del CSE con un altro paio d’occhi»; un’altra spiegava che aiutava «a passare dal sapere cosa prevede la norma al capire come comportarsi realmente in cantiere».
Quando le ho rilette, a distanza di qualche settimana dalla conclusione, mi sono accorto che contenevano una conferma importante, ma anche una nuova domanda.
Il percorso dal Cosa al Come lo avevo progettato, ma adesso avevo davanti qualche indizio di ciò che quel percorso aveva prodotto e forse, valeva la pena chiedersi il perché.
La risposta più semplice sarebbe attribuire il risultato ad un anno di lavoro assieme, alle oltre quarantacinque ore di formazione, ai contenuti affrontati, alle persone che hanno portato la propria competenza e alle molte norme e sentenze sulle quali abbiamo lavorato.
Tutto questo è stato necessario, ma credo che da solo spieghi soltanto una parte della storia.
L’altra parte sta nel modo in cui abbiamo lavorato: osservare un caso, formulare un’ipotesi, scegliere, motivare, esporsi al confronto e, qualche volta, accettare che un elemento nuovo rendesse necessario rimettere mano al proprio ragionamento.
È proprio questa esperienza che oggi mi porta a spostare la domanda dal Master CSE alla formazione dei Coordinatori in generale.
Se il nostro lavoro ci chiede ogni giorno di osservare, comprendere, valutare, decidere e agire, quanto può essere efficace una formazione nella quale il ruolo principale di chi deve apprendere rimane quello di ascoltare?
Non è una domanda contro la lezione, perché continuo a pensare che ascoltare persone competenti, studiare, conoscere le norme e approfondire le sentenze sia indispensabile. È piuttosto una domanda su ciò che dovrebbe accadere oltre la lezione, quando arriva il momento di trasformare un’informazione in una scelta.
È di questo che vorrei parlare il 1° settembre, nell’incontro gratuito:
FARE – Sapere COSA. Imparare COME.
Proverò a ragionare partendo dall’esperienza del master dove per quasi un anno ho osservato cosa accade quando una parte della formazione viene spostata da chi conduce a chi partecipa e concluderò con una domanda che deve porsi chiunque continui a formarsi come Coordinatore.
Possiamo imparare a fare soltanto ascoltando qualcuno che ci spiega come si fa?
Siccome sarebbe piuttosto contraddittorio dedicare un incontro al FARE limitandomi a parlarne per un’ora, mentre preparavo questo appuntamento mi sono posto anche un altro problema.
Ma di questo parleremo il 1° settembre.
Un ringraziamento speciale per chi ha già concluso il Master: dal Cosa al Come non è una destinazione alla quale si arriva una volta per tutte.
È un modo di lavorare e, come tutte le cose che sappiamo fare, prima bisogna impararlo, poi bisogna continuare a esercitarlo.
Fabrizio Lovato