Era entrato in cantiere per una delle sue consuete verifiche e, dopo pochi minuti, si era trovato davanti a una situazione che conosceva bene. Alcune lavorazioni si stavano svolgendo contemporaneamente, gli spazi erano insufficienti e una delle imprese aveva modificato la propria organizzazione rispetto a quanto concordato.
Non aveva avuto difficoltà a individuare le criticità e nemmeno a riconoscere le disposizioni che avrebbero dovuto essere rispettate. Conosceva la normativa, aveva esperienza e sapeva perfettamente quali fossero le sue responsabilità. Eppure, mentre osservava le persone al lavoro, si era reso conto che sapere cosa non andava non gli diceva ancora come intervenire.
Avrebbe potuto chiedere di interrompere una lavorazione, modificare la sequenza delle attività o imporre una diversa organizzazione degli spazi. Ciascuna soluzione, però, avrebbe avuto conseguenze anche sulle altre imprese e sulle lavorazioni successive. Risolvere una criticità senza considerare il resto del cantiere avrebbe potuto crearne un’altra.
Mi è tornato in mente questo genere di situazioni mentre riflettevo su una professione apparentemente molto distante dalla nostra: quella del medico.
Un medico studia per anni il funzionamento del corpo umano, le patologie, i sintomi e le possibili terapie, ma quando incontra un paziente non può limitarsi a riconoscere un sintomo e associarlo a una cura. Deve comprendere la persona che ha davanti, ricostruirne le condizioni e valutare come un intervento su un organo possa influenzare l’intero organismo.
Mi sono chiesto quante volte, nei nostri cantieri, facciamo qualcosa di diverso.
Vediamo una scala utilizzata impropriamente, un parapetto mancante, una lavorazione non coordinata e concentriamo la nostra attenzione su quella specifica irregolarità. La riconosciamo, individuiamo la disposizione applicabile e chiediamo che venga corretta. Tutto apparentemente giusto, ma abbiamo davvero compreso perché quella situazione si è determinata e cosa accadrà dopo il nostro intervento?
Naturalmente un cantiere non è un organismo umano e il CSE non è un medico. Il paragone, però, mi sembra utile perché entrambi devono confrontarsi con sistemi nei quali ciò che accade in una parte può dipendere da condizioni presenti altrove.
Se questo ragionamento ha un fondamento, allora dovremmo interrogarci anche sul modo in cui formiamo i coordinatori e i professionisti in genere.
Continuiamo a dedicare moltissimo tempo a insegnare cosa prevede la normativa, quali documenti predisporre, quali verifiche effettuare e quali obblighi rispettare. Sono conoscenze indispensabili, ma da sole non garantiscono la capacità di affrontare una situazione reale, nella quale i problemi non si presentano ordinatamente, uno alla volta e le decisioni possono produrre conseguenze che nessuna lista di controllo aveva previsto.
Forse dovremmo prendere in prestito dalla formazione medica qualcosa che va oltre le conoscenze: l’abitudine a partire dall’osservazione, formulare ipotesi, cercare le relazioni tra i diversi elementi, arrivare a una diagnosi e soltanto dopo scegliere come intervenire, verificando infine gli effetti della decisione.
Non significherebbe rinunciare alle regole, ma imparare a utilizzarle dentro la complessità della vita reale.
Ripensando a quel CSE fermo a osservare il cantiere, mi viene da pensare che il suo problema non fosse la mancanza di una risposta, ma la necessità di costruirne una.
Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci quando parliamo di formazione: stiamo preparando professionisti che conoscono le risposte oppure professionisti capaci di costruirle quando la realtà non corrisponde agli esempi sui quali hanno studiato?
Fabrizio Lovato
Una risposta
Perfetto.
Serve un approccio olistico.
Tutto contribuisce al tutto .E’ questo che rende l’approccio del CSE così vario e apparentemente diverso per ogni cantiere.
I sintomi localizzati sono un segnale ma la malattia può derivare da tuut’altra parte.
Ciao
giovanni