La fatica che non possiamo delegare

Quando dalle vostre comunicazioni ho letto che il Laboratorio del FARE era stato troppo impegnativo, confesso di essere rimasto perplesso.

Avevo proposto sei stimoli, uno ogni mercoledì, lasciando cinque giorni per riflettere e rispondere a una domanda. Il lunedì successivo condividevo le mie considerazioni, cercando di mettere in discussione qualche convinzione e offrire nuovi punti di vista.

Non mi sembrava di aver chiesto molto. In qualche caso bastavano cinque minuti per leggere, riflettere e scrivere una risposta.

Poi, però, ho provato a guardare la questione da un’altra prospettiva.

Quando riceviamo un compito che non possiamo o non vogliamo svolgere immediatamente, quel compito non scompare. Rimane da qualche parte nei nostri pensieri, insieme alle telefonate da fare, ai documenti da completare e alle decisioni che abbiamo rimandato. Ogni tanto torna a ricordarci che dobbiamo ancora occuparcene.

Così, un’attività che richiederebbe cinque minuti può accompagnarci per cinque giorni, diventando molto più pesante del tempo necessario per svolgerla.

Immagino, per esempio, Marcello che riceve lo stimolo il mercoledì. Lo legge, trova la domanda interessante, ma in quel momento deve occuparsi di altro. Decide di rispondere il giorno successivo, poi arriva un imprevisto, passa il fine settimana e improvvisamente si accorge che manca pochissimo alla scadenza.

A quel punto non ha più “tempo” di riflettere. Vuole soltanto togliersi quell’impegno dalla testa.

Apre ChatGPT, copia la domanda, legge la risposta, la sistema un poco e la invia.

Ha completato l’attività, ma ha davvero fatto l’esperienza che gli avevo proposto?

Attenzione, non sto criticando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La utilizzo anch’io quotidianamente e la considero uno strumento straordinario per approfondire, confrontare idee e mettere alla prova i miei ragionamenti.

Ma nell’esempio di Marcello è accaduto qualcosa di diverso: non ha utilizzato l’AI per approfondire un ragionamento, l’ha utilizzata perché non aveva più tempo, o forse voglia, di pensare.

È qui che procrastinazione e intelligenza artificiale possono incontrarsi in un modo che merita attenzione. Uno strumento capace di aiutarci ad affrontare meglio un’attività può diventare anche la soluzione più comoda per liberarcene senza averla svolta con la dovuta attenzione.

Naturalmente tutto dipende dallo scopo. Se devo preparare un documento professionale, utilizzare l’AI per risparmiare tempo può essere una scelta intelligente, purché sia capace di verificare e assumermi la responsabilità del risultato. Se invece partecipo a un’esperienza pensata per allenare la mia capacità di osservare, valutare e decidere, delegare all’AI quel lavoro significa rinunciare proprio a ciò che avrei dovuto esercitare.

Ripensando al Laboratorio del FARE, mi sono quindi chiesto se non avrei dovuto suggerire ai partecipanti qualcosa di molto semplice: costruire una piccola abitudine.

Non aspettare di avere tempo, ma decidere in anticipo quando dedicarlo alla riflessione.

Potremmo, per esempio, riservare dieci minuti all’inizio della giornata lavorativa, prima che telefonate, messaggi e urgenze comincino a decidere come impiegheremo la nostra giornata. Dieci minuti per riprendere una questione lasciata aperta, valutare una decisione presa il giorno precedente o semplicemente chiederci se ci fosse un modo diverso di affrontare una difficoltà.

Non è indispensabile farlo ogni giorno, né utilizzare sempre tutti i dieci minuti. Ciò che conta è creare uno spazio riconoscibile, il mio è tutte le mattine alle 7 quando entro in ufficio e per me diventa il momento nel quale riflettere senza che diventi un’ulteriore incombenza da inserire tra mille impegni, ma una parte del mio lavoro.

Perché, quando ogni volta dobbiamo decidere se e quando trovare il tempo per un’attività, finiamo per spendere energie anche soltanto nel continuare a rimandarla. Una routine non elimina l’impegno, ma può liberarci dal peso di doverlo continuamente riprogrammare.

Forse è proprio questa la cosa che ho imparato dalle critiche al Laboratorio: non basta proporre un’esperienza utile, dobbiamo anche creare le condizioni perché le persone riescano a viverla.

In fondo, fare bene il nostro lavoro non significa necessariamente lavorare più ore o rinunciare agli strumenti che possono aiutarci. Significa riconoscere quali attività meritano davvero la nostra attenzione e imparare a proteggerla.

Possiamo delegare molte attività, utilizzare strumenti sempre più potenti e risparmiare una quantità straordinaria di tempo. Ma se quel tempo liberato non lo utilizziamo anche per imparare a ragionare meglio, che cosa abbiamo realmente guadagnato?

Fabrizio Lovato

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